[di ELISABETTA LAGANA' *] ROMA. Nei giorni scorsi una circolare del Dap ha deciso di predisporre un servizio di “Unità di ascolto di polizia penitenziaria” per contrastare il rischio suicidario tra i detenuti nelle carceri. Nella circolare, il Dap dichiara necessario indirizzare ogni sforzo per arginare l’attuale impellente emergenza, riconoscendo tuttavia che non spetterebbe ai poliziotti penitenziari il compito di valutare se un detenuto è a rischio suicidio.
Ma la decisione si motiva a causa delle note carenze delle figure professionali istituzionalmente deputate all’assistenza psicologica del detenuto. Tale “unità di ascolto” sarà composta, come indicato nella circolare, da “personale di polizia penitenziaria e dell’area educativa, ed integrato da appartenenti al volontariato” .
I contenuti di questa circolare suscitano alcune riflessioni.
Se già manca parecchio personale in organico, come è possibile che con lo stesso personale esistente si possano svolgere nuove funzioni? La soluzione sembra un gioco di prestigio.
Ogni formazione del personale, indubbiamente, costituisce un elemento positivo e andrebbe perseguita: naturalmente, rivestono un ruolo cruciale i contenuti formativi. L’idea dell’ascolto è anch’essa totalmente condivisibile; è, del resto, uno dei motivi fondanti del volontariato: è una dimensione umana, etica e psicologica. Ma in carcere, spesso, ascoltare dovrebbe significare essere in grado di dare risposte.
Anche se ogni situazione è evidentemente unica, tuttavia andrebbero analizzate le ragioni dei suicidi o dei tentativi: si potrebbe vedere che forse, come elemento comune, vi sia proprio la dimensione di rottura di appartenenza al corpo sociale, di perdita della speranza di un futuro o di un nuovo progetto di vita, di frattura dei legami esistenziali che fondano la propria identità. Se le ragioni della detenzione in molti casi si motivano nella mancata messa in atto di risposte concrete ai bisogni dei detenuti, di mancata possibilità di misure alternative alla detenzione, quale potrà essere il peso di un ascolto che non sa dare risposte?
Quando a tali bisogni non vengono date risposte, il soggetto si trova in balia del proprio fallimento o ricerca meccanismi sostitutivi nel mondo sotterraneo della istituzione, disgraziatamente scuola di criminalità.
Vi sono poi perplessità legate alle modalità di funzionamento della proposta. L’istituzione di un servizio di ascolto, composto da personale di polizia penitenziaria e dell’area educativa ed integrato da appartenenti al volontariato richiede riflessioni e approfondimenti.
Quali sono in tale organizzazione le reciproche responsabilità e ruoli dei vari componenti? In merito inoltre all’acquisizione da parte del personale di conoscenze e competenze specifiche nell’ambito di idonei percorsi formativi, evidentemente vediamo con estremo favore ogni percorso formativo: pensiamo infatti, da sempre, che l’operare in carcere richieda notevoli competenze e capacità personali e collettive. Ma quali sono i contenuti di tale formazione? In quale considerazione, per esempio, sarà tenuta l’esperienza e, soprattutto, la specificità del ruolo del volontariato?
Come già espresso in precedenti comunicati, ribadiamo che per una efficace azione sul problema dei suicidi sia indispensabile anche il potenziamento dei presidi psicologici e psichiatrici, che garantiscano una presenza ed una continuità di ascolto, oltre al necessario coinvolgimento della salute mentale del territorio (che dovrebbe immediatamente allertarsi ed agire).
La generosità del volontariato non deve divenire azione suppletiva. Ne va del fondamento etico del proprio compito.
* Presidente CNVG – Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia






LIBERTA’ NON E’ UNO SPAZIO LIBERO
Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà.
In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario.
Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, in un perimetro relegato a discarica delle speranze, a contenitore muto di invivibilità, come è possibile parlarne quando ogni giorno dal carcere arrivano grida di aiuto e imprecazioni inascoltate.
Libertà è partecipazione persino dentro la terra di nessuno, dentro la colpa che non è ancora consentito arretrare, così cantava il Gaber nazionale, e in questo presente di spot elettorali, c’è da svolgere una riflessione, un compito che possiede una sua obbligatorietà; se davvero intendiamo il carcere e la pena e le Istituzioni che ne compongono il senso e lo scopo per una effettiva utilità sociale, un progetto di vita futuro non solo per i detenuti, ma per la collettività intera.
Non è possibile aggirare il problema insito in quel “libertà è partecipazione”, non è più plausibile trattare la questione in termini prettamente matematici, di contenitore, di numeri, di somme disumane, di detrazioni inumane.
Partecipare significa prendere parte a qualcosa, perchè ne siamo diventati parte, costruire un ponte comune su cui camminare insieme, svolgere un tragitto insieme, fare un pezzo di strada insieme.
Partecipare sottende capacità di vista prospettica da parte di chi conduce, ma anche di chi intende ricostruire ciò che rimane, partecipare è lo spirito, è il propulsore di quel percorso di rinnovamento che realizza un giusto equilibrio tra diritti e doveri nei riguardi di chi sconta con dignità ( diritto ) la propria pena, e rispetta con lealtà quel patto sociale ( dovere ) intrapreso con il consorzio civile.
Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile.
Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano.
Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.