[a cura di FRANCESCO MORELLI*] PADOVA. Con la morte di Roberto Giuliani nel carcere di Rebibbia salgono a 12 i detenuti suicidi nel 2010. Nei primi due mesi del 2009 ce ne furono soltanto 4 (nonostante a fine anno si sia registrato il record storico dei suicidi in carcere) e ugualmente negli anni precedenti i “numeri” di gennaio-febbraio sono stati contenuti (5 nel 2008, 2 nel 2007, 7 nel 2006), mentre in genere in “picco” si verifica a marzo-aprile, in concomitanza con la stagione primaverile, che evidentemente acuisce la sofferenza della detenzione.
Con la necessaria premessa che ogni caso di suicido contiene fattori di imponderabilità, poiché deriva da situazioni e scelte personalissime, con il nostro lavoro, la paziente raccolta delle storie personali di detenuti suicidi, le testimonianze di persone detenute e di operatori penitenziari su questi temi, stiamo cercando di comprendere meglio le motivazioni che spingono un detenuto a togliersi la vita.
La morte “annunciata” di Walid Aloui
Walid Aloui si è impiccato nella Sezione “Protetti” della Casa di Reclusione di Padova. Vi si trovava in quanto condannato per un reato a sfondo sessuale (che non è tollerato dai detenuti “comuni”). Arrestato a Trento nel novembre 2008, fu poi trasferito nella Casa Circondariale di Verona, sempre nella Sezione “Protetti”, dove per gli autori di reati sessuali è attivo un Servizio di sostegno gestito da una psicologa. Anche Walid era stato preso in carico, finché ha tentato di uccidersi: una “colpa” che gli è costata prima l’allontanamento da questo Servizio (quando ne avrebbe avuto il maggiore bisogno) e in seguito anche il trasferimento in un altro carcere. Probabilmente la sua “gestione” rappresentava un problema, quindi la soluzione è stata di “scaricarlo” su qualcun altro.
La morte “annunciata” di Giacomo Attolini
Giacomo Attolini si è ucciso nella Sezione Infermeria della Casa Circondariale di Verona. Era in carcere da poche settimane, accusato di omicidio. Fin da subito aveva manifestato un forte disagio psichico e più volte si era ferito, dichiarando di volersi uccidere. Per questo era stato rinchiuso in una cella priva di mobili e suppellettili, privato anche di lenzuola, coperte e vestiti, per il timore che si impiccasse. Aveva soltanto un materassino di gommapiuma su cui stendersi e indossava solo le mutande e una maglietta. E proprio con la maglietta si è ucciso: se l’è attorcigliata al collo fino a strozzarsi.
Sono soltanto due esempi, ma crediamo possano far capire che è inutile penalizzare o punire una persona perché manifesta intenzioni suicide, inutile metterlo in una cella priva di tutto, inutile minacciare di trasferirlo lontano dalla famiglia o peggio all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Cosa fare? Con l’aiuto di detenuti e operatori penitenziari abbiamo individuato alcune “buone pratiche” miranti alla prevenzione dei suicidi, che secondo noi possono essere utilmente adottate senza dover attendere modifiche normative o altro.
Cosa non fare con un detenuto “a rischio”: non metterlo nella cosiddetta “cella liscia”; non togliergli tutto quello che potrebbe usare per suicidarsi: se vuole trova lo stesso il modo (Giacomo Attolini, ad esempio, si è impiccato utilizzando la maglietta); non controllarlo in modo ossessivo; non minacciare di mandarlo in “osservazione” all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Cosa non fare con tutti i detenuti: non creare “sezioni ghetto”; non aspettare che chiedano aiuto; non sottovalutare i tentativi di suicidio e le autolesioni, considerandoli “dimostrativi”; non applicare sanzioni o punizioni per atti autolesionistici o tentativi di suicidio; non esprimere un giudizio morale sugli atti autolesionistici o i tentativi di suicidio; non suggerire (provocatoriamente) di “tagliarsi” per ottenere qualcosa.
Cosa fare: dare attenzione alla persona (Gruppi di attenzione e di ascolto sono presenti in alcune carceri) durante tutto il periodo detentivo, e non solo limitandosi al primo ingresso, o alla fase di accoglienza; aumentare le possibilità di lavoro e di attività intramurarie; cercare di credere a quello che le persone detenute dicono, rispetto ai problemi propri o dei compagni; ridefinire il concetto di rischio suicidario: il suicidio viene spesso visto come una malattia; migliorare il contesto relazionale all’interno della struttura; pensare a sostenere l’autore di reato nel rielaborare il reato commesso; pensare a una mediazione tra l’autore di reato e la sua famiglia; sostenere la persona detenuta in una sua progettualità; fare più formazione a tutto il personale.
Ecco lo schema dei detenuti suicidi da inizio anno.
* Per l’Osservatorio permamente sulle morti in carcere.







Un altro in meno
Mi colpisce l’indifferenza, la disattenzione, con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta, nel silenzio più colpevole, ma ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.
In questo bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia, e di ingiustizia della giustizia, in questo abisso: alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.
Penso alla politica alta, penso agli uomini che la fanno, penso ai Caino come me che scontano la propria condanna, penso agli Abele dai silenzi protratti, e ricordo i tanti miliardi elargiti a parole nella vecchia legislatura, nella nuova, nella futura, per un progetto “intero”, almeno così era stato promesso.
Rammento le conferme per un investimento serio e notevole per far si che la prigione potesse praticare il dettato Costituzionale, e non quell’incerta pena di morte tutta italiana.
S’è trattato di utopia, e gli utopisti sono illusi nella teoria, e violenti nella pratica.
Di illusione s’è trattato davvero, infatti quei soldi sono stati dirottati verso altri lidi, verso altre istanze, non più per bilanciare precise scelte di politica criminale, che andassero, sì, verso una richiesta legittima di sicurezza collettiva, ma con la stessa intensità non disdegnassero una pena improntata realmente su passaggi rieducativi, risocializzanti, quindi destrutturanti-ristrutturanti.
Le necessità operative del carcere restano, impellenti, improrogabili, eppure rimangono a sopravvivere delle loro assenze e mancanze. Peggio, si rifiuta di ovviare al problema con lo sviluppo di spazi psicologici e relazionali, dove chi è in prigione possa esprimersi liberamente, in un terreno fertile per l’autocritica, e per la propria crescita personale.
L’antropologia insegna che dal confronto, laddove si realizzi un vero ragionamento dialogico, scaturisce sempre e comunque un “prodotto nuovo”, perché l’incontro e lo scambio conducono a risultati sempre migliori rispetto ai precedenti.
Tutto questo mi porta comunque a una ulteriore considerazione; in tanti rimarranno alla finestra ad aspettare, gli altri contribuiranno a risolvere il problema del sovraffollamento.
Fatti non parole. Il carcere così come è oggi non serve alla riabilitazione
ma è un luogo di dispèrazione. e i
suicidi lo confermano ma non ci sono solo i suicidi che scuotono anche se superficialmente l’opinione pubblica ma lo sconforto la disperazione di tanti giovani e non giovani che putroppo cadono nelle mani della giustizia Usare i soldi dei contribuenti per costruire nuove carceri anzichè trovare una soluzione più umana per far espiare la pena inflitta.