12 febbraio 2012

Il bisogno di convivere

Foto Misericordia Isola Capo Rizzuto

[di RITA CUTINI*] Rosarno 2010. Norina Ventre, 85 anni, calabrese, è detta “Mamma Africa”. Volontaria dell’Unitalsi, anima dell’associazione vedove di Oppido, dopo i terribili “giorni di Rosarno”, parlando con realismo del popolo di immigrati che da diversi anni vive nella sua terra calabra e da cui non si sente affatto minacciata, ha dichiarato al Tg1: “Sono poveri ragazzi, venuti qui a spaccarsi la schiena nella raccolta; senza pane, senza coperte, senza un tetto e un fuoco che riscaldi”. E poi ha concluso: “Non voglio morire prima di vedere un centro di accoglienza in questa città”.

Le parole di Norina sono rimbalzate sui blog, nei commenti delle persone comuni e degli specialisti, nelle pagine dei giornali e nelle conversazioni a tavola. Il suo sereno e solido buon senso e la sua esperienza sul campo ne fanno una vera “esperta dei problemi di immigrazione”, e ha convinto molti che una strada per vivere insieme è possibile.

I media -per una volta almeno- hanno messo sotto i fari dell’attenzione generale la bella storia di una donna, un’anziana, nella quale ci siamo riconosciuti. In lei si è riconosciuta la società civile, quella parte non certo trascurabile che irrobustisce le fila del grande e variegato mondo del volontariato.

Del mondo, cioè, che fa della solidarietà la cifra del suo impegno responsabile nella vita del nostro paese. Sì, ci siamo riconosciuti nella sua sensibilità concreta, fattiva, nel suo modo di guardare in faccia le persone, il suo modo non spaventato o irrazionale di guardare in faccia anche i grandi temi, quelli che attraversano la Storia. Quella con S maiuscola. Tutti lo dicono: quello dell’immigrazione è un processo epocale. Ma la vicenda di Norina qualcosa ci insegna: i “processi epocali” non ci passano sopra la testa. E non si tratta solo di subirli o di temerli. Passano per le strade di Rosarno e per le strade dove viviamo, dove abitiamo, dove soffriamo e dove ci divertiamo. Ed è lì che vanno fatte scelte coraggiose, che vanno costruiti i percorsi, i ponti, i tessuti sociali di una vita insieme che non solo è possibile ma necessaria.

La paura, l’irrazionalità, peggio ancora la violenza e il razzismo, non sono certo i metodi migliori per comprendere e governare i grandi fenomeni storici. Norina, la sua solidarietà, la sua accoglienza, la sua convinta e fattiva opera di incontro, si inserisce nel flusso degli avvenimenti storici senza subirli ma orientandoli. Li comprende con un intuito sicuro che guarda al futuro con scanzonata fiducia: “Quando morirò, ho detto ai miei amici che voglio essere accompagnata da loro. E come?, mi hanno chiesto. Ballando, ho risposto io. Ta-dan, ta-dan, ta-dan”.

Ta-dan. È il suono dei tamburi africani; e quelle che -lei spera- la porteranno nell’ultimo viaggio della sua vita, sono le spalle di nuovi cittadini, poveri ragazzi  venuti qui per cercare un futuro, per Norina figli inaspettati venuti da terre lontane.

I giornali hanno riportata la notizia che qualcuno, per rabbia, per stupidità, ha fracassato i tavoli della “mensa” di Norina. Il gesto vandalico sembra essere un inconsapevole commento iconico “dei giorni di Rosarno”. E ne rappresenta, meglio di qualsiasi altra spiegazione, la grave carica emblematica.

I tavoli spezzati di Norina -o di “Mamma Africa”, se si preferisce- sono un po’ il simbolo di una convivenza, di una allegra convivialità, vorrei dire ‘orrendamente spezzata’, che attende di essere presto ricostruita.

Eccoci. Siamo con Norina a ricostruire i tavoli della sua mensa. Tutta la società civile è con lei a ricostruire, insieme ai tavoli, quel clima di convivenza, di serena convivialità, di accoglienza e di fiducia nel futuro di cui si sente tanto la necessità. Oggi più che mai.

* vicepresidente del Cnv – Comunità di Sant’Egidio

Articolo pubblicato su Volontariato Oggi n. 1 – 2010. Te l’eri perso? Allora scaricalo o abbonati.

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