[di Gianluca Testa] Sono più italiani gli stranieri d’Italia? Forse. Almeno secondo un sondaggio lanciato dal sito stranieriinitalia.it nel 150esimo dell’unità nazionale. “Il 17 marzo è una data da festeggiare?”. Be’, il 78% degli immigrati che hanno partecipato al sondaggio (oltre 3mila) ha risposto che sì, era importante celebrare l’anniversario. Se questa domanda è capace di suscitare dibattiti e polemiche, forse merita riflettere anche su chi, nella sera di Slovenia-Italia, ha gridato di gioia al gol azzurro di Thiago Motta.
D’accordo, sarà pure il calcio dei miliardi e delle notti brave. Ma è pur sempre un fenomeno popolare sul quale si misura la capacità di accettare l’integrazione.
Quindi diciamo “ebbravo Cesare”. Lui che si è trovato in eredità una nazionale figlia del talento e della presunzione -ora tutta da reinventare- ha avuto la forza e il coraggio di sfatare un tabù tutto italiano che assume perfino un significato sociale.
Se Camoranesi per Lippi era una necessità, Amauri e Thiago Motta per Prandelli rappresentano invece un’opportunità. E così quel ragazzo dell’ottantadue nato a São Bernardo do Campo, ma di orgine veneta, siglando contro la Slovenia il gol vittoria con indosso la maglia azzurra ha fatto gridare di gioia più di un italiano. E non solo.
Sì, d’accordo. Motta arriva dal Brasile. Ma le sue radici sono a Polesella, un comune della provincia di Rovigo che conta poco più di 4mila abitanti. Uno straniero figlio -pardon, nipote- di immigrati italiani. Un giovane calciatore dalla doppia nazionalità.
Motta ha indossato anche la maglia del Brasile con l’under 17 e l’under 23. Poche partite giocate, un solo gol. Ora, alla sua seconda presenza in azzurro, segna di sinistro il gol che fa respirare Prandelli e l’Italia. Una nazionale che resta azzurra ma che, al di là delle opportunità sportive, offre un messaggio positivo d’integrazione. Il tutto con buona pace di chi, su Facebook, crea il gruppo di “chi non vuole stranieri in nazionale”. E di quei leghisti che, riprendendo le parole del deputato Davide Cavallotto di qualche mese fa, sull’Italia del calcio la pensano così: “Prima erano quattro vecchietti, adesso a ridicolizzare la nazionale ci penseranno gli oriundi […] Altro che qualche scarto straniero che mai si sentirà rappresentante dei nostri territori”.
Ora Thiago Motta non sa se dedicare il gol alla famiglia, a se stesso, o all’Italia. Caro Thiago, per stavolta dedicalo alla maglia azzurra. Che anche di segnali come questi abbiamo bisogno. Lo si capisce riprendendo le motivazioni espresse nei commenti del sondaggio del sito stranieriinitalia.it. Secondo Keti Bicoku, direttore del sito in albanese shqiptariiitalise.com, “le ragioni del sì sono principalmente due. Per tanti l’Italia è una seconda patria, per altri festeggiare è comunque un segnale di integrazione dato agli italiani. Chi non festeggia dice di sentirsi ancora straniero o sottolinea che anche gli italiani sono divisi sul 17 marzo”.
Un altro sondaggio proposto dallo stesso sito chiede poi se l’attaccamento degli immigrati all’Italia è ricambiato. Alla domanda “Quale parola ti fa pensare di più all’Italia?” hanno risposto in diecimila. Come? Prima c’è il pensiero al “permesso di soggiorno”. Poi si pensa al “razzismo”. Ecco, è su questo che bisogna riflettere.







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