ROMA. “L’udienza del Papa con i rappresentanti del popolo Rom è stato un evento storico profondamente gioioso, commovente e sereno. Un evento che non ha eluso le sofferenze e le persecuzioni vissute dai Rom nel XX secolo”, ha dichiarato subito dopo l’udienza di Papa Benedetto XVI Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio. I rom europei non erano 1.500 come annunciato, bensì 2mila. E grazie alla Sant’Egidio vi proponiamo quttro delle testimonianze di oggi. “Il Papa ha chiesto all’Europa di non dimenticare tanto dolore. Dal dolore di una storia di sofferenza, nasce dopo questa udienza la speranza che le popolazioni Rom possano vivere insieme in pace e sicurezza con tutti i popoli europei”, prosegue Impagliazzo.
“L’invito del Papa a scrivere insieme una nuova pagina di storia della minoranza Rom in Europa -aggiunge- resta una parola decisiva da cui ripartire tutti insieme, Rom e non Rom, per costruire una società del vivere insieme.”
L’udienza è avvenuta nel giorno della ricorrenza del 75° anniversario del martirio e dei 150 anni dalla nascita del beato Zeffirino (Ceferino) Giménez Malla (1861-1936), gitano martire della fede di origine spagnola. E questo evento, lo ricordiamo, è stato realizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Fondazione “Migrantes” della Conferenza Episcopale Italiana e dalla Diocesi di Roma.
Ecco qua i testi delle quattro testimonianze dei rom che sono intervenuti oggi all’udienza con Papa Benedetto XVI nell’aula “Paolo VI”.
Santo Padre, sono molto contento ed emozionato di essere qui oggi con lei e di prendere la parola. Mi chiamo Carlo, ho 18 anni e sono un rom e un cittadino pienamente europeo: ho genitori venuti dalla Jugoslavia e sono nato e ho sempre vissuto a Roma. Sono cresciuto in quelli che chiamano campi nomadi e non e’ stato semplice. Quando sei un bambino che vive in un campo, a scuola non sei considerato come tutti gli altri. Quando cresci e cerchi un lavoro e nei documenti vedono nell’indirizzo “campo nomadi”, ti dicono no grazie. Lo so ci sono dei rom che sbagliano, che si comportano male, ma la responsabilità e’ sempre personale e la colpa non e’ mai di un’etnia o di un popolo. Noi rom, soprattutto giovani, pensiamo al futuro e sogniamo di poter studiare, lavorare, abitare in una casa, di avere dei documenti. Sembrano cose banali e scontate, ma per troppi zingari non lo sono ancora. Io sono nato a Roma, anche se purtroppo non sono ancora cittadino italiano, qui ho studiato, ho tanti amici, e qui sto cercando un lavoro, vorrei mettere su famiglia e vivere la mia vita. Quando penso al futuro, penso a città e paesi dove ci sia posto anche per noi, a pieno titolo, come cittadini come tutti gli altri, non come un popolo da isolare e di cui avere paura. Credo che tutti abbiamo la responsabilità di costruire questo futuro nuovo: rom e gage’ insieme. Ringrazio la Chiesa che insegna a tutti a essere fratelli e sorelle e il Papa che oggi ci ha voluto qui con lui a San Pietro.
Carlo Mikic (giovane appartenente al gruppo dei Rom Rudari)Beatissimo Padre, La ringrazio per questo invito eccezionale. Mi chiamo Pamela, ho 28 anni sono italiana e appartengo alla comunità dei Sinti. La mia famiglia è in Italia da molti secoli. Oggi ho anch’io una mia famiglia, un marito e due bellissimi bimbi. E’ sempre a loro che penso, al loro futuro, a come cresceranno e a come vivranno. I bambini sono la speranza delle nostre famiglie e del nostro popolo, ma sono anche molto fragili. Vorrei per i miei figli e per tutti i bambini Rom e Sinti un futuro di pace e serenità, in cui possano crescere e vivere insieme agli altri bambini d’Europa e del mondo senza essere esclusi e discriminati. Anche se ho sempre vissuto in un campo, mi ritengo fortunata, ho potuto studiare e sono cittadina, quindi ho documenti e diritti. Quando sono in città nessuno si accorge che sono sinta. E succede anche che qualcuno mi parla male de “gli zingari”. Santo Padre, sono stata educata alla fede dai miei genitori e ho fatto il catechismo e la comunione con i miei amici della Comunità di Sant’Egidio. Sinceramente davanti al Signore Gesù non mi sono mai sentita diversa, estranea. Io so che l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore e Lei oggi ce lo dimostra. So che il beato Zeffirino, un gitano come noi, è riuscito a vivere una vita buona, pur essendo un uomo semplice e mite: credo che dobbiamo ancora imparare tanto da lui. Padre Santo, voglio ringraziarla per questa occasione con un nostro antico augurio: “Kon lacipè kerel, arakhel les o Del ”(Colui che fa del bene, è protetto da Dio).
Pamela Suffer (donna cattolica italiana appartenente al gruppo dei Sinti)Santo Padre, mi chiamo Ceija Stojka. Quando sono nata in Austria la mia famiglia contava più di 200 persone. Solo sei di noi sono sopravissuti alla guerra e allo sterminio. Quando avevo 9 anni fui deportata con la mia famiglia prima ad Auschwitz, poi a Ravensbrück ed a Bergen-Belsen. Ero bambina e dovevo vedere morire altri bambini, anziani, donne, uomini; e vivevo fra i morti e i quasi morti nei campi. E mi chiedevo: perché? Che cosa abbiamo fatto di male? Sento gli strilli delle SS, vedo le donne bionde, le „Aufseherinnen“ (guardie/sorveglianti) con i loro cani grandi che ci calpestavano, sento ancora l´odore dei corpi bruciati. Come posso vivere con questi ricordi? Come posso dimenticare quello che abbiamo vissuto? Non è possibile dimenticarlo. E l’Europa non deve dimenticarlo!Oggi Auschwitz e i campi di concentramento si sono addormentati, e non si dovranno mai più svegliare. Ho paura però, che Auschwitz stia solo dormendo. Per dire la verità: non vedo un futuro per i Rom. L’antigitanismo e le minacce in Ungheria, ma anche in Italia ed in tanti altri posti mi preoccupano molto e mi rendono triste triste. Ma vorrei dire che i Rom sono i fiori in questo mondo grigio. Hanno bisogno di spazio e di aria per respirare. Se il mondo non cambia adesso, se il mondo non apre porte e finestre, se non costruisce la pace -la pace vera!- affinché i miei pronipoti (il quarto nascerà fra alcuni mesi) abbiano una chance a vivere in questo mondo, allora non so spiegarmi il perché sono sopravissuta ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Ravensbrück. Oggi vedo qui riuniti tante sorelle e fratelli Rom e Sinti da tutta Europa insieme al Papa: questa è un’immagine di gioia e di speranza per il futuro.
Ceija Stojka (appartiene a una famiglia di zingari austriaci; è superstite dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau e Bergen-Belsen)Holy Father, I thank You for this historic occasion of being here with You, with many Gypsies coming from all over Europe. My name is Atanazia Holubova and I m a nun of Saint Basil the Great order. With grateful and humble heart I thank God the Father for calling me. I think God fulfilled his words choosing “the weak to shame the strong”. I come from a small village, from a big Eastern Slovak Gipsy family. My parents believed in God, but they did not attend church services regularly, except Easter. In my teenage years I met a priest and a group of young Christians. We used to meet secretly during totalitarian era. For the first time I experienced the joy and the community based on Jesus Christ. They did not mind me being a Gipsy. We used to attend daily mass and meeting nuns for the first time I got to feeling that God is calling me to serve Him as a nun. I felt that Hi is calling me to help Gypsies to find their way to Him and to find the true joy. So after finishing secondary medical school I secretly joined the order to become a nun. I was granted a great deal of God’s blessings during my life in my family and among my fellow Gypsies where he sent me. I do hope that the Gospel and the love of Jesus will reach soon many of our Gipsy brothers and sisters who do not know it yet and that we may be faithful and ardent witnesses of what we have seen and what we have received from the mother Church.
Suor Atanazia Holubova (donna zingara slovacca divenuta suora basiliana; si occupa di pastorale tra i Rom)







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