Lettera di AceA Onlus al Presidente Napolitano

Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

[di MICHELE PAPAGNA*] MILANO. Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ho atteso il Suo messaggio di fine anno con la certezza di sentire parole sincere di augurio e di speranza. Il 2009 è stato un anno molto duro e pertanto l’attesa e la speranza riposte di conseguenza superiori. Così è stato, come largamente e pressoché unanimemente segnalato da tutti.

Le ricambio gli auguri in formula aperta. Lungi da me criticare la carica più alta dello Stato: Lei degnamente e pienamente rappresenta il miglior senso di appartenenza del Popolo italiano, e non solo nei sondaggi. Se faccio alcune riflessioni, approfondimenti, rilievi è perché in qualche modo me ne sento in dovere, in relazione ad alcuni passaggi che mi hanno colpito: “E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani…”.

Riguardano gli impegni in cui sono coinvolto quotidianamente: presiedere una organizzazione di volontariato per la tutela dei diritti della persona, propugnando “consumi etici e stili di vita solidali” come modello paradigmatico, strumenti di cambiamento nonviolento della società, là dove con “etica” si intende la “salvaguardia del bene comune”.

La crisi economica mondiale manifestatasi nel 2009 in tutta la sua profondità e gravità non è detto sia finita, la “nottata” non è passata: il mondo dell’economia, della finanza dell’industria e della politica farebbe bene ad evitare di accusare di catastrofismo chi continua a segnalare l’insostenibilità di questo modello di sviluppo; il recente fallimento del vertice sul cambiamento climatico a Copenaghen sta purtroppo a sancire come non ci sia ancora un sentire comune e un impegnarsi di conseguenza nel prevenire quello che si annuncia come un vero e proprio collasso globale causato dalla “febbre” del pianeta, dal dissennato consumo del territorio, dall’abuso e dallo spreco delle risorse naturali e energetiche. Le grandi potenze (Stati Uniti d’America, Canada, Europa Occidentale, Giappone) e i nuovi paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica, Brasile) non sono ancora arrivati ad individuare nel mondo vie comuni per affrontare questa emergenza in termini impegnativi e risolutori. L’Italia su questo, ha fatto poco o nulla, ed anche il dramma nostrano del terremoto in Abruzzo è stata più un’occasione di propaganda comunicativa che un momento di riflessione collettiva, finendo così per oscurare i pur validissimi esperimenti di solidarietà, di condivisione, di “coesione sociale”. Si pensi al fatto che inondazioni, allagamenti, straripamenti colpiscono sempre più il nostro dissestato Paese, provocando danni e lutti.

Mi piacerebbe davvero che il Popolo italiano avesse reagito alla crisi con senso di responsabilità, con speranza e fiducia, ma non credo che la nostra gente sia poi tanto migliore o peggiore della classe politica che ci rappresenta, in particolare a quella a cui ha dato la maggioranza.

Se poi quella classe politica non fa che continuare a ripetere che bisogna consumare di più, che non bisogna modificare gli stili di vita, e che questa è la via maestra per la ripresa economica e produttiva, si arriva a favorire l’affermazione di un modello di convivenza civile basato sul senso di… irresponsabilità. La situazione della disoccupazione è gravissima, e colpisce tutti: uomini e soprattutto donne, anziani e soprattutto giovani, impiegati e soprattutto operai, al nord e soprattutto al sud.

Non servono pannicelli caldi, iniezioni di fiducia consumistiche, tanto meno ripartire dissennatamente a consumare territorio con le presunte grandi opere pubbliche: prima che fare l’Alta Velocità e il Ponte sullo stretto, occorre fare in modo che i treni,  gli autobus e le metropolitane non si fermino per qualche centimetro di neve. Serve davvero utilizzare la crisi per ripensare e rifondare nel profondo della popolazione grandi valori di solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

L’economia italiana più che “crescere di più”, ritengo debba crescere “meglio” e soprattutto in modo radicalmente diverso, onde evitare un nuovo sfascio della nostra terra. I giovani vivono un paradosso clamoroso: ne scriveva Giorgio Bocca una settimana fa, da una parte si trovano nell’assenza di prospettive, speranze, sicurezze – economiche, etiche, persino identitarie – dall’altra sono completamente esposti dall’assenza di parametri “critici”: non avendo fatto guerre mondiali, non hanno fatto neanche i dopoguerra; non avendo fatto ’68 e ’77, movimenti studenteschi e lotte operaie, la ricerca dell’emancipazione e della libertà…non hanno avuto  nemmeno quella formazione collettiva, quella educazione sentimentale che queste esperienze donavano (vedasi gli splendidi affreschi di Marco Paolini).

Il “per aspera at astra” a cui Lei Presidente si richiama senza citarlo, non sanno cosa sia. Non hanno memoria di difficoltà superate a cui richiamarsi per arrivare alle stelle. Hanno “tutto” in termini materiali, ma in termini ideali non hanno… “nulla”. E da dove dovrebbero trarre coraggio, speranza, fiducia? Non è solo “cambio generazionale”: non me la sento di dissentire del tutto dalla lettera al figlio da parte di un grande uomo della ricerca e della formazione italiana.

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno? Direi: meno crescita e più recupero delle bellezze naturalistiche, artistiche, culturali e di quell’immenso patrimonio agricolturale che tutto il mondo ci invidia. Più futuro per i giovani, più equità sociale? Tanto per essere espliciti, ci vuole il salario sociale: in un mondo basato sul consumo, il diritto al reddito è una condizione minima per il funzionamento della società. E poi tanta, tantissima “economia verde e solidale”. Riforma della Giustizia, certo; ma non leggi ad personam: se vogliamo coltivare nei nostri giovani valori di giustizia, equità e solidarietà non può esserci neanche l’ombra di furbizie meschine, di questioni patrimoniali e economiche personali. Rinnovare la Costituzione, ma non certo per disegnare un moderno modello “cesarista” visto che il nostro Patto per questo è stato scritto.

Ringrazio per l’apprezzamento al volontariato; mi piacerebbe anche che facesse arrivare agli italiani tutti che la solidarietà, il volontariato non sono lussi ad appannaggio di persone benestanti, animate da buoni propositi ma che in definitiva… se lo possono permettere. Il volontariato è fatica, è scelta di stare dalla parte degli ultimi, che gratifica comportando grandi sacrifici. Il volontariato è un Dovere, come ho imparato dal mio presidente. Non solo: c’è l’associazionismo culturale, la cooperazione decentrata, la solidarietà sociale, la tutela dell’ambiente, il commercio equo, la finanza etica, il turismo responsabile… è quella “cosa” che si sta sempre più formando e strutturando in “economia solidale” senza di cui dubito che il tessuto sociale, civile e anche economico, riesca a stare insieme.

Che proprio a questo “terzo settore”, dell’economia sociale e civile si sia tagliato quasi del tutto i fondi per Servizio Civile Volontariato, quelli per la Cooperazione e l’Educazione allo sviluppo; tentato di togliere le risorse del 5 per mille e che si tenti di “massaggiarlo” fiscalmente… la dice molto sulla lungimiranza di chi ci amministra centralmente.

Grazie, per la citazione della situazione nelle carceri. Sembra un palese riferimento al caso Cucchi. Se è evidente, mi perdoni, lo espliciti Presidente: ci vuole giustizia per Stefano Cucchi e per tutti coloro pestati e massacrati nelle carceri. Non se la prenda; lo stesso hanno fatto al Suo giovane e potentissimo collega americano Obama: avrebbe dovuto dedicare il Nobel per la Pace (tutto ancora da meritare) a Neda, giovanissima martire dell’onda verde iraniana, e non l’ha fatto.

Se sproniamo i nostri Presidenti criticandoli è per passione civile, è per mantenere alto quel valore che è l’indignazione di fronte all’ingiustizia. Contro il razzismo e la xenofobia. Sì. Basta con ogni scusa, basta con l’assecondare gli istinti più bassi e meschini di qualche pezzetto di politica italiana: riempiendo il vaso della paura è già tracimato e siamo in presenza di razzismo diffuso, l’intolleranza si manifesta quotidianamente contro povere persone il più delle volte oneste e civili.

Persone che curano i nostri anziani, accudiscono gli infermi, costruiscono le nostre case, impastano il pane che noi mangiamo. Abbiamo dimenticato che i nostri genitori sono stati costretti ad emigrare, dalle campagne del sud e del nord, verso le città del nord d’Italia e d’Europa, verso l’America del nord e del sud? Altro che insegnare la Costituzione per gli stranieri: qui ci vogliono corsi di insegnamento della Costituzione per gli italiani! Ci vogliono diritti sociali, civili e politici per tutti. Bisogna dare voto e cittadinanza e agli immigrati presenti da 5 anni nel nostro Paese.

Grazie anche per l’apprezzamento all’impegno della Chiesa e del Pontefice per il rispetto dell’ambiente, la salvaguardia del Creato, la tutela dei beni comuni. Non è solo appannaggio della Chiesa: ci sono movimenti organizzati, responsabili e consapevoli che queste cose le dicono da decenni, accusati – lo accennavo all’inizio – di catastrofismo. Se però su una questione centrale come l’acqua il Governo mette la fiducia per privatizzare le risorse idriche senza alcun dibattito, l’effetto è che laddove “noi”, cattolici e laici “predichiamo” il bene comune, “loro” razzolano malissimo. Laddove la privatizzazione è stata fatta, sono aumentati solo i costi e gli sprechi: nel mondo occidentale si ritorna indietro sulla privatizzazione dell’acqua.

E il ritorno dell’energia nucleare? Con buona pace dei referendum vinti, si vuole pervicacemente tornare a una tecnologia che inquina nel metodo ancor prima che nel principio. Non servono “grandi opere”, serve disegnare e cambiare la propria impronta ecologica, serve che ognuno “coltivi” oltre che il proprio orto, il proprio tetto. L’Italia è tutta da rifare: tutte le reti idriche, le fognature, i sistemi dei trasporti pubblici, i marciapiedi, i parchi, gli argini dei fiumi, ripiantumare le colline, eliminare centimetro per centimetro l’amianto, rifare gli impianti termici. Questa è la grande occasione, questo è la “green economy” italiana: trasformare il problema in risorsa, in una sfida che sappia unire sobrietà e modernità.

Le città italiane, sono tra le più care per i giovani studenti e giovani lavoratori: non è più tollerabile che ragazze e ragazzi per studiare, per coltivare i propri sogni debbano pagare migliaia di euro al mese per poche decine di metri quadri. Vanno riconvertite le ex aree industriali, destinando metà a verde urbano e sociale e metà a nuove case dignitose, moderne, ecologiche. Bisogna eliminare questa indegna speculazione che si abbatte sul nostro futuro: i nostri figli. E dando loro in mano le chiavi, non ai soliti vecchi palazzinari o ai nuovi furbetti del quartierino: investire nella fiducia dei giovani vuol dire dare loro le opportunità concrete per farlo. C’è una cosa bellissima che si chiama auto-costruzione: si costruisce insieme le case. Nulla di nuovo per noi, essendo esperienza che hanno già fatto i nostri padri, ma tutto di nuovo per i giovani che in questo modo ci mettono non solo i soldi, ma il sudore. Per costruire la pace bisogna darle spazio: vero e proprio.

“Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo…”. La coesione sociale è un bel concetto, ma rischia di rimanere vuota affermazione retorica se non si affrontano alle radici i problemi e i malesseri della nostra gente.

Di fronte a atti di povere persone deboli psicologicamente e psichicamente, prima di dare la colpa a qualcuno bisognerebbe riflettere. La violenza verbale è diventata “linguaggio comune” a furia di show televisivi futili e maleducati, poi – solo poi – lo sono diventate anche le trasmissioni di informazione.

Perché si rinforzi la coesione, di sociale ci vuole anche un po’ di conflitto; spero di non essere frainteso: gli operai che vanno sui tetti per difendere il posto di lavoro dimostrano come i sindacati non riescano più di tanto a tutelare i lavoratori; chi tira una statuina al Presidente del Consiglio non ha più una “organizzazione collettiva” alle spalle che lo educava anche interiormente. Nei partiti, nei sindacati, trovavano spazio, sfogo pure le pulsioni individuali. L’impotenza individuale di fronte alla dura quotidianità non è per niente lenita dalle grida sguaiate dei portavoce politici.

I giovani, le donne, gli immigrati, i precari, i “deboli” debbono trovare nuove forme di rappresentanza, per tutelare i propri diritti, debbono diventare nuovi soggetti sociali…

Bisogna reinventarsi nuove forme di partecipazione collettiva, a partire dalla stessa forma con cui la politica seleziona la classe che candida a rappresentare e governare il territorio: penso che ci vogliano le Primarie come metodo, come strumento di ammodernamento, di apertura e partecipazione (e magari correggere quella porcata di legge elettorale che delega tutto ai segretari di partito).

Illustrissimo Signor Presidente: la nostra è una nazione giovane. Il Suo impegno per l’unità del Paese è lodevole e da sostenere senza sosta e senza tregua: contro chi ogni due per tre grida alla secessione, all’indipendenza, legalizza il respingimento di persone solo perché diverse… la serenità va accompagnata da fermezza e intransigenza. Conflitto sociale e culturale: non c’è da coltivare odio, c’è da riprendere solo un minimo le regole.

Per quel che potremo, Lei avrà al Suo fianco la nostra piccola azione.
Ancora buon anno, di pace e serenità, di giustizia e libertà.

* Presidente AceA Onlus
Associazione Consumi Etici e Stili di Vita Solidali

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