Contrordine, il welfare esiste ancora. Ma deve essere rivoluzionato. Saraceno: “inutile togliere l’Imu se si mantengono gli sprechi e le iniquità”

La sociologa Chiara Saraceno

La sociologa Chiara Saraceno

BERTINORO. “Mi hanno tolto l’Imu, ma non sono soddisfatta. È frutto di un provvedimento che non va nella direzione di una spesa pubblica più efficiente. Ci sono ancora troppi sprechi e iniquità”. Chiara Saraceno è ospite come ogni anno delle Giornate di Bertinoro. Il suo intervento è uno di quelli più apprezzati anche perché, rispetto ad altri del passato, risulta meno “statalista” e più aperto alle istanze del terzo settore. Come quando afferma che “il welfare dovrebbe essere, soprattutto a livello locale, prodotto da tutti come bene comune”. E mette alla berlina quei vizi che il terzo settore e le parti sociali hanno in comune con la politica.

Con la difesa delle categorie non arriveremo mai ad un welfare universalistico -ha aggiunto. Anche nel terzo settore c’è lo stesso categorialismo che esiste nel welfare pubblico: poca comunicazione, competizione delle risorse, monopolio sui target. Questo crea poca cultura civica”.

Saraceno parla del “Sia” -sostegno per l’inclusione attiva, la nuova misura elaborata dal Ministero del Welfare che somiglia ad un reddito minimo. Lo ha lanciato nelle scorse settimane il Ministro Giovannini insieme ad un gruppo di esperti.

Mi ha colpito -afferma Saraceno- il ministro Enrico Giovannini che ha detto di volere inserire una sorta di reddito minimo per i poveri. Si chiama Sia perché non si poteva nominare la parola reddito. In Italia parlare di reddito ai poveri non si può perché crea scandalo. Ma ci sarà un motivo se nella maggioranza dei paesi esiste?”.

Già in apertura Luca Jahier, Presidente del III Gruppo CESE – Comitato Economico e Sociale Europeo ha raccontato alcuni cambiamenti che stanno avvenendo in campo europeo.

Viviamo l’urgenza -ha detto Jahier- di trovare un nuovo e necessario equilibrio fra le politiche di responsabilità di bilancio, quelle per la crescita e di coesione territoriale e sociale. Il secondo termine della sfida è l’urgenza di lavorare su un nuovo welfare, inventandone uno nuovo, non solo scoprendo nuovi trasferimenti per sviluppare quello che abbiamo”.

Jahier ha raccontato gli sforzi in ambito europeo per lavorare su proposte orientate ad una dimensione più sociale dell’Unione economica e monetaria. “Siamo dentro un quadro in movimento, possiamo decidere se metterci in gioco per cercare di pilotare gli esisti di un cambiamento irreversibile e necessario”.

Il tema della sessione, l‘universalismo del welfare, è stato subito aggredito dal sociologo Ugo Ascoli.

Universalismo significa non solo politiche universalistiche, ma anche politiche selettive per consentire a tutti di raggiungere dei diritti sociali”.

Ascoli ha affrontato la questione della sanità. “Se non ci sarà una svolta nelle politiche, il terzo settore da solo non potrà fare fronte a tutte le esigenze. L’Italia è l’unico paese che non ha fatto un piano di long term care, Non è pensabile che, in un universalismo delle problematiche della salute, non venga tracciata una politica nazionale sulla non autosufficienza. Poi si deve mettere mano al discorso dei livelli essenziali di assistenza nel sociale. Infine la terza questione che riguarda la politica pubblica è quella meridionale: bisogna pensare a un ripensamento della legislazione dei piani di rientro, inserendo delle penalità politiche dei responsabili della mala gestione. Tutto il sud andrebbe commissariato per una gestione autorevole da riportare nell’ottica dell’universalismo. Ma tutto questo non basta, se vogliamo un universalismo serio dobbiamo pensare che altrettanto cose devono accadere nel fronte del terzo settore. A partire dall’innovazione e dal coinvolgimento di tutte le risorse, ripartendo anche dall’importanza delle reti mutualistiche”.

Cristiano Gori, dell’Università Cattolica di Milano e uno dei massimi esperti di welfare sociale in Italia, ha sgombrato il campo da diversi luoghi comuni, delineando una certezza da cui ripartire.

Siamo in un mondo a spesa pubblica calante, soprattutto quella locale -ha detto Gori. Una cosa sola si è capita dalla crisi degli ultimi anni: la minor spesa coincide con prestazione per casi gravi. Si pensava di andare ad una prospettiva di miglioramento, ma non è così. Così come il secondo welfare non può per dimensioni né vuole sostituire il ‘primo’. La domanda è la seguente: quale deve essere la responsabilità pubblica nei confronti delle persone più fragili? Chi pensa che la domanda sia eludibile deve pensare come sarà l’Italia nel 2020. E non basta dare più soldi al sociale se non si incrementa una rete di servizi. La battaglia del terzo settore è quella di sviluppare la battaglia dei servizi”.

Ed ha concluso con una stilettata al terzo settore recepita con segni di approvazione dalla sala: “il ruolo di advocacy che esercitate dovrebbe essere finalizzato a costruire un nuovo welfare sociale, non ad avere più finanziamenti per le vostre cooperative”.

Print Friendly