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#FDV2018 | La vita a colori di un alpinista cieco

PISA. Dalla luce al buio. Un viaggio che sembrerebbe di sola andata, perché così dice la scienza. Ma ci sono vite che si riempiono ugualmente di colori, nonostante si sia spento quell’interruttore che permette di creare il contatto visivo col mondo esterno. Se forme, profili, occhi e orizzonti non sono più raggiungibili con lo sguardo, questo non significa che non possano essere percepiti e vissuti. Le emozioni, così come l’anima, non sono entrate in quel cono d’ombra impossibile da evitare.

Protagonisti dell’ottava edizione del Festival Italiano del Volontariato sono le persone che hanno dedicato il loro tempo e hanno messo in circolo le loro energie, competenze e passioni, persone che non si sono arrese, persone come Giuseppe.

Che lo si chiami cieco o non vedente poco importa. Perché quella negazione definita dalle parole, nella vita di Giuseppe Comuniello non trova una declinazione pratica. «La vita è bella anche così» ha detto un po’ di tempo fa. Una frase che continua a ripetere. Perché quando si è spento quell’interruttore, com’è ovvio che sia tutto è cambiato. In peggio, penseranno in molti (non senza fondate ragioni). E invece quel buio si è trasformato in colore, e quei colori sono diventati frontiere nuove da esplorare e conquistare. Così, nello stesso modo in cui l’alpinista raggiunge la vetta, Giuseppe ha immaginato e inseguito inediti obiettivi. Raggiungendoli tutti, uno dopo l’altro. Una storia che ancora dev’essere scritta, la sua. Perché nella narrazione di questa speciale esistenza ci sono capitoli che si aggiungeranno ancora, con esperienze e personaggi sempre nuovi. Di fermarsi, Giuseppe, non ne ha la minima intenzione.

Oggi potremmo parlare di lui come un alpinista non vedente, ma sarebbe riduttivo. Quello che forse avrete immaginato – e che però ancora non sapete – è che Giuseppe Comuniello deve compiere quarant’anni. Non è nato cieco. Come tutti i bambini che poi diventano adulti ha frequentato le scuole, ha giocato, si è fidanzato, ha coltivato le sue passioni (come quella per le motociclette) e ha trovato lavoro. Da Fucecchio si trasferisce a Pisa, dove fa il pasticcere. Ma una retinite pigmentosa congenita dà una svolta netta alla sua vita. La vista ha cominciato a peggiorare fino a quando, alle soglia dei trent’anni, la luce si è spenta definitivamente. «Finalmente sono diventato cieco. Così mi ha detto: finalmente sono diventato cieco» ricorda Aldo Terreni, past president del Club alpino italiano della Toscana. Alla fine la cecità è quasi una liberazione per chi si sente umiliato ogni volta che inciampa su una sedia o urta contro a un tavolo.

È proprio da quelle umiliazioni che i gesti maldestri e imbranati si trasformano in una rieducazione al mondo. «In quel momento ha capito che il problema andava risolto» aggiunge Aldo, che Giuseppe lo conosce bene. Ma il loro incontro avverrà solo dopo che il ragazzo ha imparato di nuovo a camminare, scrivere, leggere, mangiare. «Sapessi come si destreggia tra i mezzi pubblici… Si muove con straordinaria abilità. Non solo in città, ma anche in parete». Già, la parete. Quella che gli arrampicatori classificano in base al grado di difficoltà. Il primo è il più facile, perché le mani sugli appigli si utilizzano solo per mantenere l’equilibrio. Poi si va su su. E le difficoltà aumentano proporzionalmente. Ebbene, Giuseppe riesce a salire vie fino al 6b. Ovvero fino a qualcosa in più del sesto grado di difficoltà. Non stupisca la sua abilità fisica. Lo sport, lui, l’ha sempre amato e praticato. Ora però è diventato la sua vita. A cominciare dal nuoto, che gli ha regalato parecchie medaglie durante i campionati paralimpici. Ma pratica anche il judo e l’immersione (col suo brevetto può scendere fino a quaranta metri). Poi, ovviamente, c’è la montagna.

Il Cai toscano, che già aveva collaborato con l’Unione italiana ciechi, ha iniziato a occuparsi di montagnaterapia circa otto anni fa. Ad Aldo Terreni, istruttore di alpinismo e al tempo presidente della sezione di Firenze, fu proposto di scalare insieme ad alcuni ragazzi con disabilità. Non si poteva certo improvvisare. E così è iniziata una fase di studio e preparazione. «Ci siamo confrontati con le sezioni che già praticavano queste attività» racconta Aldo. Il tour formativo l’ha portato a Bologna, Milano, Torino. E finalmente nasce il gruppo “La montagna per tutti”. Il percorso d’inclusione inizia con un gruppo di ragazzi con disabilità mentale. Seguono le tossicodipendenze e i giovani del Sert, che Aldo ha accompagnato anche in grotta grazie al Gruppo speleologico. Infine l’incontro con Giuseppe Comuniello. Due volte a settimana arrampicano insieme nella palestra indoor allestita al Mandela Forum di Firenze. Aldo aspetta che arrivi il treno di Giuseppe alla stazione Campo di Marte, poi raggiungono la palestra. E arrampicano, arrampicano, arrampicano.

«Lui fa il nodo a otto con disinvoltura ed è molto più veloce di me» confessa Aldo senza nascondere un sorriso sincero. Per accompagnare l’arrampicata, il Cai si è dotato di radio e ricetrasmittenti. Per indicare le posizioni delle mani si utilizzano i riferimenti dell’orologio. «Braccio sinistro a ore undici», dice Aldo rivolto al microfono. Per suggerire il movimento delle gambe, la situazione cambia. A quel punto si utilizzano i riferimento del corpo. «Hai una presa all’altezza del ginocchio. È larga, molto larga, proprio vicino a te». Eppure lo sport, per Giuseppe, che ha perfino realizzato un cortometraggio sul tema dell’arrampicata, è e resta un hobby. La sua professione? Ecco il colpo di scena: è un ballerino. Sì, un danzatore di professione. E grazie alla sua abilità si è conquistato uno spazio perfino alla Biennale di Venezia. Ma questa è un’altra storia. A colori, ovviamente.

@VolontariatOggi

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