Fondazioni e volontariato: un percorso di collaborazione. Riflessione in occasione della conferenza nazionale dell’Aquila

L'Aquila, conferenza nazionale

L’AQUILA. Le Fondazioni di origine bancaria hanno consolidato nel tempo un rapporto particolarmente stretto con il mondo del Volontariato, mutuandolo dalla tradizione delle originarie Casse di Risparmio e Banche del Monte e rilanciandolo negli ultimi anni attraverso una forte strategia di alleanza, culminata con gli accordi nazionali del 2005 e del 2010 stipulati dall’Acri con le principali rappresentanze nazionali del volontariato stesso. Al volontariato si riconosce infatti una fondamentale funzione di rafforzamento della coesione sociale nei territori, non solo per la capacità di dare risposte concrete alla cittadinanza in relazione a esigenze che altrimenti rimarrebbero insoddisfatte, ma anche per l’alto valore emblematico ed educativo della sua azione: un contributo decisivo per l’innalzamento del “capitale sociale” della comunità.

Le Fondazioni condividono con il mondo del Volontariato una visione dello sviluppo civile del Paese ispirata al principio di sussidiarietà e di partecipazione attiva dei cittadini. In questo paradigma esse individuano, per sé stesse come per il Volontariato, un preciso spazio di impegno e di responsabilità: uno spazio in cui iniziative e percorsi comuni si presentano come opportunità da cogliere, quando non addirittura come necessità ineludibili.

Com’è noto, l’impegno delle Fondazioni a favore del volontariato si concretizza in due principali linee di sostegno: il finanziamento dei fondi speciali per il volontariato, istituiti in ciascuna regione con l’art. 15 della legge quadro sul volontariato del 1991 (legge 11 agosto 1991 n. 266) e l’erogazione diretta di contributi alle organizzazioni di volontariato per la realizzazione di progetti e programmi.

Attraverso il finanziamento delle attività dei Centri di servizio le Fondazioni assicurano indirettamente alle organizzazioni del volontariato un supporto essenziale di promozione e qualificazione, divenuto con gli anni sempre più consistente (dalla loro nascita, che ha coinciso con l’emanazione della Legge 266/91, le Fondazioni hanno complessivamente destinato ai fondi speciali per il volontariato circa 1 miliardo di euro), e oggi avvertito dal Volontariato stesso come uno strumento pressoché irrinunciabile.

Ma come si è detto le Fondazioni non limitano l’apporto al mondo del Volontariato entro i confini obbligatori previsti dalla Legge 266/1991: esse infatti destinano ulteriori risorse, sulla base delle politiche di erogazione autonomamente definite, per dare sostegno a progetti e iniziative che vedano coinvolte le realtà di Volontariato presenti sul territorio. L’entità complessiva di tali risorse è più difficile da stimare, essendo esse distribuite trasversalmente in molteplici settori e non sempre univocamente indirizzate a beneficiari classificati come organizzazioni di volontariato, ma si tratta certamente di volumi consistenti, tanto più significativi in quanto indirizzati a realtà di volontariato locali spesso molto piccole.

Negli ultimi anni il legame tra le Fondazioni e il Volontariato si è rafforzato a seguito dell’accordo nazionale, sottoscritto nel 2005 e rinnovato nel 2010, stipulato tra l’Acri, il Forum terzo settore, la Consulta nazionale per il Volontariato, la Convol, CSVnet e la Consulta nazionale dei Comitati di gestione dei fondi speciali per il volontariato.

Nella prima fase di applicazione dell’accordo, nel quinquennio dal 2005 al 2009, grazie a un rilevante flusso di risorse aggiuntive assicurato dalle Fondazioni (oltre 130 milioni di euro di extra-accantonamenti integrativi dei fondi ex art. 15 della L. 266/1991), si è realizzato un importante obiettivo di riequilibrio nella distribuzione territoriale dei fondi a vantaggio delle regioni del Paese con dotazione finanziaria storicamente più scarsa (soprattutto, ma non solo, quelle del meridione), avviando parallelamente un processo di potenziamento e razionalizzazione del sistema nazionale di sostegno del volontariato imperniato sui fondi speciali della L. 266/91.

Tra i principali risultati di questa prima stagione di cooperazione si deve certamente ricordare anche la nascita della Fondazione con il Sud, un nuovo soggetto filantropico governato pariteticamente dalle Fondazioni e dal volontariato e terzo settore, a cui è stato affidato il compito di realizzare un articolato programma di interventi nel Meridione per il rafforzamento delle infrastrutture sociali.

Nel 2010 l’accordo è stato rinnovato dagli stessi firmatari, aggiornandone gli obiettivi per il successivo quinquennio secondo una strategia che punta a mantenere nel periodo il sostegno economico alla Fondazione con il Sud, con una contribuzione speciale delle Fondazioni, a stabilizzare e perequare il flusso dei fondi speciali per il volontariato ex L. 266/91 e a completare il processo di razionalizzazione del funzionamento degli stessi. Il meccanismo di stabilizzazione dei fondi destinati ai Csv previsto dall’accordo si è rivelato quanto mai provvidenziale per i Centri stessi nei due anni appena trascorsi, nei quali la riduzione degli accantonamenti di legge effettuati dalle Fondazioni, conseguenti al negativo andamento dei mercati finanziari, è stata ben compensata dagli apporti integrativi ottenuti, in misura diffcilmente ripetibile nei prossimi anni, in funzione delle intese nazionali.
La previsione di riduzione delle risorse messe a disposizione dei Centri di Servizio al Volontariato impone da una parte una rigorosa ricerca di riduzione di spese, di costi , di interventi non rigidamente funzionali ai servizi da offrire alle associazioni; d’altra parte è opportuno favorire il coinvolgimento diretto di volontari e di associazioni per fornire ad altre associazioni servizi e supporti (in dimensione volontaria e quindi gratuita) per integrare e forse anche per sviluppare e potenziare ciò che i Centri Servizi offrono con personale e strutture che comportano costi non più totalmente sostenibili.

LA CONFERENZA DELL’AQUILA – In virtù di questa importante base di lavoro comune le Fondazioni, nel perseguimento della propria missione istituzionale, annoverano oggi il Volontariato tra i loro partner “naturali”, e guardano con estrema attenzione alla VI Conferenza nazionale dell’Aquila, interessate a cogliere nell’ampio dibattito che in essa si svolgerà le direttrici principali attraverso cui il Volontariato si prefigge di indirizzare la propria azione nel prossimo futuro.

Ma non volendo esaurire il senso della propria partecipazione alla Conferenza ad un semplice ascolto passivo, le Fondazioni hanno ritenuto di offrire, e auspicano che ciò sia riconosciuto quale testimonianza di costruttiva e autentica partecipazione, anche un proprio contributo di riflessione su alcune tematiche ritenute di centrale interesse per lo sviluppo del Volontariato italiano nei prossimi anni.

Ne è nato questo documento, redatto a cura della Commissione Volontariato CSV e servizi alla persona, che viene consegnato agli organizzatori della Conferenza per la più ampia diffusione tra i partecipanti alla stessa. Le riflessioni proposte si focalizzano su tre ambiti tematici e su un’agenda di comune impegno che le Fondazioni e il mondo del Volontariato potrebbero utilmente sviluppare nel prossimo futuro.

VOLONTARIATO E CRISI – La gratuità nella relazione con il prossimo continua a caratterizzare fortemente l’azione del volontariato e ne costituisce l’essenza. Grazie a questo principio il volontariato ha un ruolo di primo piano nel modo in cui nella nostra società si vive e si organizza la solidarietà: umana, sociale e culturale. Ciò è vero soprattutto oggi in presenza di una crisi economico-sociale di tipo strutturale e di lungo periodo e del ridimensionamento dell’azione pubblica.. Si sta da tempo riflettendo sull’esigenza e sull’urgenza di elaborare un nuovo modello di welfare basato su una effettiva, virtuosa e stretta collaborazione tra pubblico e privato allargata anche a soggetti che finora non hanno fatto parte strictu sensu del sistema di protezione sociale post- bellico, anche se possono avere radici molto remote nella nostra storia.

La funzione del Volontariato acquisisce in questo modo una centralità nuova, ingenerando tuttavia meccanismi che, se non governati e presidiati adeguatamente, rischiano di stemperare il valore e il significato più profondo dell’esperienza volontaristica.
In un contesto di associazionismo già fortemente focalizzato sui settori parasanitario e assistenziale, le organizzazioni di volontariato sono chiamate sempre più a svolgere servizi essenziali all’interno del sistema di assistenza pubblica, in virtù di strumenti contrattuali vincolanti che fanno acquisire agli operatori addetti la veste di incaricati di pubblico servizio.

Ciò comporta la necessità per le associazioni di dotarsi di strutture organizzative complesse, in grado di assicurare il rispetto degli impegni contrattualmente assunti; una tale dinamica è portatrice di effetti indubbiamente positivi, ravvisabili nella progressiva professionalizzazione delle organizzazioni, che contribuisce ad una complessiva presa di coscienza dell’ente; bisogna però guardarsi dai rischi insiti in un’eccessiva “aziendalizzazione”, che può portare alla perdita delle specificità e, in ultima analisi, della legittimazione stessa del volontariato.
Il valore intrinseco del volontariato, infatti, non può essere limitato allo svolgimento di un servizio socialmente utile o (sempre più spesso) necessario a costi minori rispetto a quelli di mercato; ciò significherebbe sminuire fin quasi ad azzerare il suo valore aggiunto, che deve invece riconoscersi nel creare, rafforzare e consolidare relazioni: fare volontariato non significa semplicemente spendersi in qualcosa di utile per gli altri, ma vuol dire molto di più; vuol dire arricchire noi stessi e la nostra comunità con la costruzione di rapporti umani fondati sulla coesione sociale e sulla umana solidarietà.
Vista in questi termini, la sfida del volontariato in un contesto di crisi generalizzata è quella di riuscire ad adempiere ai nuovi compiti attribuitigli, senza perdere di vista la propria identità. Per centrare questo obiettivo è necessario un investimento continuo e consapevole sul piano culturale, che miri a riaffermare con forza la centralità del rapporto umano e dello scambio di reciprocità nell’esperienza volontaristica; occorre che le organizzazioni di volontariato maturino una sempre più chiara consapevolezza dei valori fondanti su cui è costruita la propria mission, in modo tale da poterne dare adeguata comunicazione sia all’interno che all’esterno. Solo così potrà essere mantenuta la ricchezza generata dai rapporti umani intrattenuti e consolidati con l’esperienza volontaristica (ricchezza di cui vanno a beneficiare i volontari, i destinatari dei servizi e la comunità nel suo complesso) e potrà essere attratto nuovo capitale umano da investire nelle organizzazioni.

La centralità dell’elemento umano e dello scambio di reciprocità devono infine essere riconosciute anche alla base delle dinamiche di rete, ormai sempre più diffusamente auspicate da più parti (non ultimi i principali finanziatori istituzionali pubblici o privati). Lavorare in rete con altre associazioni, infatti, non ha soltanto o soprattutto la finalità di migliorare od efficientare i servizi resi, ma offre in primo luogo e con tutta evidenza l’opportunità di accrescere esponenzialmente la qualità e la quantità dei rapporti umani intrattenuti.

VOLONTARIATO E VULNERABILITA’ SOCIALE – Il volontariato si trova oggi più che mai in prima linea nel tentativo di dare risposte non solo ai soggetti già in stato di povertà ma anche a coloro che, a causa della crisi, sono passati da una situazione di relativo ben-essere e di programmabilità dell’esistenza a una di vulnerabilità. Per questi ultimi, in assenza di adeguate misure di contrasto, il rischio di impoverimento è oggi particolarmente elevato e il passaggio dalla condizione di vulnerabili a quella di vulnerati avviene in tempi molto più rapidi rispetto al passato.

I volontari si trovano quindi a dover fronteggiare scenari inusuali e complessi dove la perdita del lavoro determina non solo l’erosione del potere di acquisto ma produce spesso danni collaterali altrettanto dirompenti: morosità nel pagamento dei canoni di affitto, delle rate di mutuo e di utenze, separazioni familiari, scelte penalizzanti per l’educazione dei figli, cambiamento di stili di vita, disturbi psichici, rischio di espulsione per gli stranieri che perdono il lavoro.

Il rischio di essere chiamati a svolgere un ruolo di mera supplenza e non di sussidiarietà accomuna sia le fondazioni di origine bancaria sia il settore del non profit nelle sue due principali espressioni: cooperazione sociale e volontariato. Le prime sono sempre più spesso chiamate a integrare con le loro disponibilità i bilanci delle amministrazioni pubbliche alle prese con patti di stabilità e spending review e a finanziare pezzi di welfare in sofferenza se non a rischio di chiusura. Al secondo si richiede di erogare servizi e prestazioni secondo logiche e standard difficilmente compatibili con la crisi in atto, per di più aggravate dal ritardo “patologico” nel pagamento della prestazioni stesse.

A tutto ciò si può cercare di ovviare attraverso azioni di sistema che portino alla realizzazione di un welfare di comunità meno garantista nell’erogazione delle prestazioni ma capace di costruire opportunità e di promuovere la responsabilizzazione e l’autorganizzazione delle persone. E’ il tema del welfare comunitario (o secondo welfare) che si integra al primo nella costruzione di modelli adeguati alle situazioni territoriali specifiche e capaci di mobilitare tutte le risorse. Ciò presuppone una forte condivisione di obiettivi, metodi e strumenti e un coinvolgimento/protagonismo del privato sociale nella gestione e nella programmazione delle politiche sociali anche attraverso forme di coprogettazione e attivazione di reti. E’ probabilmente necessario che i cittadini prendano atto che esiste un nuovo (o antico?) dovere di solidarietà attiva che deve affiancare le forme di welfare state – che pure non possono mancare per evidenti questioni di perequazione e giustizia. Si ravvisa l’esigenza di una promozione culturale da parte di tutte le componenti della società civile, ed è molto probabile che si debbano escogitare strategie educative e partecipative di nuovo tipo, ancora largamente da immaginare.

Anche il rapporto tra volontario e persona a rischio di esclusione sociale può evolvere verso un modello meno assistenzialistico e sempre più orientato alla valorizzazione delle potenzialità della persona stessa, costruendo insieme un percorso monitorato che tenda al superamento della situazione o della difficoltà contingente (stipula di un patto personalizzato). Questo potrebbe rendere più agevole l’introduzione di ulteriori elementi di novità nel rapporto interpersonale come il tema della “restituzione” cioè la consapevolezza che l’aiuto e il beneficio conseguiti in una fase problematica della propria vita può tradursi in un impegno a restituire parte di quello che si è ricevuto: non necessariamente denaro ma tempo e professionalità che si mettono a disposizione di altri.

Inoltre l’attività del volontario non può prescindere dalla capacità di attivare reti e di agganciare le persone alle reti sociali – cioè luoghi, spesso a base territoriale, della relazione e della reciprocità. Solo attraverso la conoscenza e l’utilizzo delle opportunità presenti sul territorio il volontario può cercare di rispondere a situazioni di povertà e di fragilità multiproblematiche e allo stesso tempo evitare la dispersione delle scarse risorse esistenti, la sovrapposizione o la totale assenza degli interventi.

LA CULTURA DELLA POVERTA’ – Pur nella consapevolezza delle profonde contraddizioni legate al tema “povertà” (come conciliare sviluppo, occupazione, investimenti e consumi con sobrietà, semplificazione, rinuncia, spiritualità? ) appare quanto mai opportuno ed attuale interrogarsi oggi su come, in quali forme, con quali prospettive culturali, etiche e pratiche il Volontariato può e deve misurarsi con il tema della povertà.
In primo luogo segnalando l’opportunità per il Volontariato di promuovere e alimentare, con una autorevolezza che oggi i cittadini gli riconoscono più che ad altri, un rinnovato dibattito culturale di profilo etico e valoriale.

Da un altro punto di vista richiamando la necessità per il Volontariato di rimanere coerente nel tempo alle prassi operative più radicate nella sua antica tradizione: il volontariato deve vivere ed agire in un clima di sobrietà e di semplicità. Nell’attività di volontariato è importante porre attenzione ad interventi che possano attenuare le forme più gravi di disagio economico e sociale, mettendole in equilibrato rapporto rispetto ad iniziative a carattere ludico, consolatorio. Così come altrettanta attenzione va data alla lettura del territorio e della realtà, con la capacità di animazione locale anche in funzione del coinvolgimento di nuove risorse volontarie.

Restando ferma la libertà di ogni associazione e di ogni persona di scegliere il proprio ambito di intervento, spetta alle reti di associazioni , ai Centri Servizi, agli enti finanziatori pubblici e privati sostenere, anche sul piano economico, i progetti che si impegnano in queste direzioni.

UN’AGENDA COMUNE DI IMPEGNO – Il XXII Congresso Nazionale dell’Acri, tenutosi nello scorso mese di giugno a Palermo, ha solennemente ribadito la strategia delle Fondazioni, già richiamata in premessa, volta a stabilire con il mondo del Volontariato un rapporto di primo piano. Attingendo dalla mozione finale congressuale di Palermo, approvata all’unanimità, è possibile qui delineare alcune concrete prospettive di lavoro, per le quali l’Acri e le Fondazioni associate si sono impegnate, che sottendono la ricerca di una piena sintonia e di una forte cooperazione con le realtà del Volontariato italiano, nei diversi ambiti organizzativi in cui esse operano: consolidamento della strategia di alleanza legata agli accordi nazionali del 2005 e del 2010, basato sull’attuazione delle intese in essere, pur se rimodulate in funzione dell’attuale scenario di crisi, e sulla prosecuzione del sostegno alla Fondazione con il Sud; avvio di una riflessione per una revisione profonda della disciplina fiscale del privato- sociale, tesa ad assicurare un pieno riconoscimento del valore sociale delle finalità di interesse generale perseguite; sperimentazione di percorsi innovativi di intervento, basati sulla promozione e valorizzazione di forme organizzative di tipo orizzontale, quali espressione di un nuovo modello di welfare comunitario.

a cura della Commissione “Volontariato, CSV e Servizi alla Persona” dell’Acri

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Commenti

  1. Raffaela Piccolo ha detto:

    Ottimo,ragazzi!!! LELLA

  2. Raffaela Piccolo ha detto:

    Plaudo all’articolo, però a me piacerebbe fare una sottolineatura tra ciò che si intende per “povertà”, in quanto scelta di vita , come adozione di stili di vita tendenti alla sobrietà dei costumi e di comportamenti ,che va contro la cultura corrente dell’edonismo e della commercializzazione dell’esistente. Di contro invece la “miseria” o pauperismo che calpesta la dignità della persona umana ,costringedola a vivere in maniera non congrua alle sue aspettative di vita : il volontariato dovrebbe indicare e invitare in questo senso a vivere poveramente ,sobriamente,cioè , ma alzando la voce contro le situazioni di miseria e di soprusi che sminuiscono gli individui e impediscono alle società di raggiungere il ben- essere, cioè vivere bene , nella coesione sociale. Non siete d’accordo? A parer mio il documento a questa accezione del termine povertà si rifaceva.