ph. TREEAID (cc flickr)

Giornata Mondiale del Rifugiato: le storie delle donne in fuga dal Mali in guerra

ph. TREEAID (cc flickr)

ROMA. Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato, ed è in quest’occasione che Federica Biondi, missionaria Intersos, ha raccontato le storie di tre giovani donne che fuggendo dal Mali, sono state accolte al campo rifugiati di Mberra, in Mauritania, dove sono arrivati in pochi mesi oltre 70.000 rifugiati da un paese diviso in due dalla guerra.

Deija è una ragazza di 16 anni nata a Toumbouktou. Ha vissuto con i genitori frequentando la scuola fino al quinto anno. All’età di 14 anni ha perso la madre e il padre l’ha costretta a sposare un cugino sebbene lei volesse continuare a studiare. «Ero molto delusa. Sono stati momenti orribili per me. Pensavo a mia madre, e mi domandavo perché se ne fosse andata, lasciandomi da sola».
Quando anche suo padre è morto, Deija si è ritrovata con i suoi 4 fratelli minori orfani e con un marito che non amava. Alla fine del 2011, il marito è scomparso senza lasciare traccia. Lei è rimasta nella casa di Toumbouctou fino al giorno in cui la città è caduta in mano ai ribelli e agli estremisti. Spaventata dalle violenze è fuggita clandestinamente con i fratelli verso la Mauritania, insieme ad altre famiglie nella stessa situazione. Entrata in Mauritania è ora al campo dei profughi maliani a Mberra. Lì vive al riparo di una sola tenda, ricevuta all’arrivo a Fassala, che ospita l’intera famiglia di 9 persone. Le lacrime scendono dai suoi occhi mentre ci parla e dice “Sono davvero sfortunata”.

Le donne sole e i bambini sono i più vulnerabili, gli operatori umanitari dell’Intersos stanno dando supporto psicologico e sociale alle donne vittime di violenza sessuale e discriminazione, mettendo a punto un’allerta veloce per intervenire e sottrarre subito le vittime dalle situazioni di disagio.

Fatima, nata nel 1988 a Goundame, nel nord del Mali, ha avuto un’esperienza del tutto simile a quella di Deija. Ha frequentato la scuola primaria nella sua città. Il padre l’ha data in moglie all’età di 14 anni, anche se dopo 2 anni la coppia ha divorziato. Fatima si è risposata l’anno successivo con un uomo che amava. Da questo matrimonio ha avuto due figli ed ora è all’ottavo mese di gravidanza. Il marito era un soldato della guardia nazionale che alla fine del 2010 è stato inviato in missione nel nord ad Adjal Hock, dove è rimasto per un anno e 3 mesi. Dopo uno scontro tra i soldati della guardia nazionale e i ribelli le comunicazioni si sono interrotte e dopo due mesi, la ragazza ha saputo che il marito era morto.

Per poter mangiare ha venduto tutte le cose che aveva in casa. Insieme a decine di parenti e vicini ha lasciato tutto per andare in Mauritania. Grazie ai piccoli risparmi di sua madre è arrivata a Fassala.Adesso vive con gli altri membri della famiglia sotto un’unica tenda.

“Ricreare ambienti sicuri dove restituire serenità alle donne rifugiate permette di riportare a scuola anche i loro figli. Gli operatori umanitari sono riusciti a convincere le famiglie a far frequentare la scuola a moltissime bambine, con un numero quasi paritario di studenti: 1733 maschi e 1599 femmine. Nostro compito più complesso è identificare i bambini e le donne a rischio di abusi o addirittura già vittime racconta Federica Biondi, missionaria dell’Intersos “chi arriva qui ha già subito traumi, e non riesce a dimenticare” continua Biondi.

“Mi chiamo Fatima sono nata nel 1984 ad Eré. Sono cresciuta con i miei genitori” racconta un’altra ragazza del campo Mberra.  “Nel  2000 ho abbandonato la scuola in vista del matrimonio. Ho sposato un cugino, soldato della guardia nazionale ed abitavamo all’interno del campo militare di Toumbouctou. Dopo le prime ribellioni a Gao e Kidal, nel nord, nel 2012, il superiore di mio marito, lo invia in missione per la città. Disciplinato com’era, partì dal campo per svolgere la missione, non è più tornato. Ho cercato di telefonargli, ma non ci sono  riuscita e quindi sono rimasta in questa situazione per 72 ore, poi ho deciso di uscire dal campo, cosa molto difficile per me e per i miei bambini piccoli. Sono scappata a Goundam dove ho ritrovato la mia famiglia. La mattina successiva abbiamo lasciato la città per andare in Mauritania, al campo di Mberra. Qui ci sentiamo sicuri. Ci hanno accolto bene, ma ci mancano i nostri mariti, i nostri fratelli, i nostri genitori e tutte le persone di cui non sappiamo più nulla. Abbiamo anche lasciato i nostri beni più cari. Che la pace ritorni in Mali” conclude Fatima.

“Le vite di queste donne sono il simbolo del dolore ma anche della speranza dei rifugiati, hanno perso tutto ma vogliono andare avanti, nonostante le ferite subite” spiega la capomissione dell’Intersos. “Noi siamo qui per proteggere chi è in pericolo, prevenire gli abusi con la creazione di spazi sicuri e scuole d’emergenza per i bambini” conclude Biondi.

Elena Sofia Poggetti

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