Una società in prigione (ph ro_buk cc flickr)

Gli italiani prigionieri del presente

Una società in prigione (ph ro_buk cc flickr)

ROMA. Gli italiani sembrano sempre più imprigionati nel presente. Con uno scarso senso della storia e senza visione del futuro. Al desiderio si è sostituita la voglia, alle passioni le emozioni, al progetto l’annuncio. In un mondo dominato dalle emozioni, conta solo quello che si prova nel presente, non la tensione che porta a guardare lontano. Il terzo rapporto del “mese sociale” del Censis fornisce una fotografia impietosa. E’ stato presentato ieri a Roma.
La perdita di significato della scuola è uno dei sintomi più evidenti del «presentismo». I limiti dell’offerta formativa, che non garantisce il raggiungimento del successo attraverso un percorso di studi impegnativo, condiziona l’atteggiamento complessivo dei giovani italiani. Che in Europa sono quelli che danno una minore importanza alla scuola: il 50% non la ritiene un investimento valido, contro ad esempio il 90% dei giovani in Germania.

Oggi i giovani italiani sono anche quelli in Europa che meno hanno intenzione di avviare una propria attività autonoma: il 27,1% contro una media europea del 42,8%, il 74,3% in Bulgaria, il 62,2% in Polonia, il 60,6% in Romania, ma anche il 53,5% in Spagna, il 44,1% in Francia e il 40,3% nel Regno Unito. Significativa è la motivazione addotta: al 21,8% appare un’impresa troppo complicata, contro una media europea del 12,7%.

Il rattrappimento nel presente ha radici profonde: la crisi della relazione con l’altro (e l’Altro), il disfacimento della cultura del dono e del sacrificio in vista del bene comune, la crisi del sacro e la labilità dei suoi surrogati (l’esoterismo o la new age), la rimozione del senso del peccato (individuale o sociale), il primato dell’Io.

Nella crisi antropologica che investe la società, non avere una visione del futuro significa concentrarsi sulla conservazione dell’esistente, cioè sul tenore di vita a cui siamo abituati. Così, nel tempo la quota di risorse destinate ai consumi aumenta più della quota destinata agli investimenti. Dal 1990 a oggi i consumi nazionali sono cresciuti del 22% mentre gli investimenti solo del 12%. E negli ultimi dieci anni i consumi sono cresciuti del 7% mentre gli investimenti sono scesi dell’1%.

Si allentano poi le responsabilità familiari. L’età media al primo matrimonio, che nel 1990 era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini, oggi è di 30 anni per le donne e di 33,1 per gli uomini. Negli ultimi vent’anni l’età media al primo matrimonio è cresciuta di 4 anni e mezzo, mentre nel ventennio precedente era aumentata di appena un anno e mezzo. Anche l’età media delle madri al primo parto ha seguito lo stesso andamento, aumentando dai 27,1 anni del 1991 ai 30,8 attuali, con un incremento di 3 anni e mezzo, mentre l’aumento nel ventennio precedente era stato di meno di 2 anni.

Oggi anche vincere o perdere è un’emozione che può consumarsi in pochi attimi. Solo 5 milioni di italiani comprano ancora il biglietto della lotteria nazionale, mentre sono più del doppio quelli che giocano alle lotterie istantanee e al «gratta e vinci». Gli importi giocati alle «new slot» erano nel 2007 quasi 19 miliardi di euro, cioè il 44,4% del totale giocato. Sono aumentati nel 2008 a 21,7 miliardi (il 46% del totale), a 25,8 miliardi nel 2009 (il 47%), fino a 32 miliardi nel 2010 (il 52%). Non solo le slot hanno visto crescere le giocate di circa il 70% in quattro anni, ma rappresentano ormai più della metà delle giocate complessive: nel mese di maggio 2011 la quota è salita ancora al 58%.

In questo scenario, prevale una comunicazione istantanea, che fa leva sull’emotività, senza molti spazi di verifica. Il web zapping è emblematico di questo modo di consumare le notizie. Solo nel giro di un anno (febbraio 2010-febbraio 2011) il tempo medio di permanenza di un utente su una pagina web è passato da 33 a 29 secondi, le pagine visitate nel giorno medio per persona sono aumentate da 182 a 202.

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