Il giornalismo è sociale. Al Festival del Volontariato il “metodo Riace” raccontato da Pino Aprile

Andrea Cardoni e Franco Bomprezzi a Lucca

LUCCA. Nell’arco di queste quattro giornate è approdato a Lucca il Festival del Volontariato. L’evento è stato promosso dal Cnv, che ha potuto contare sulla collaborazione e la partecipazione di tutte le istituzioni cittadine. Il programma degli eventi è stato ricco ed intenso: si è parlato di solidarietà, di giustizia, di welfare e di molti altri temi che riguardano la sfera del sociale italiano. Sabato 13 Aprile, nelle sale dell’ex Real Collegio, è stata la volta della comunicazione: “Il giornalismo è sociale. Raccontare le storie per raccontare l’Italia”, con la partecipazione di Carmen Lasorella, Franco Bomprezzi, Enzo Iacopino, Luca Martinelli, Pino Aprile, Gaia Peruzzi, Cristiana Guccinelli e Andrea Cardoni.

Nell’occasione è stato anche presentato l’e-book con le storie vincitrici del concorso “L’Italia migliora. Storie per il cambiamento”, promosso da Cnv e Cesvot, in collaborazione con il Giornale Radio Sociale. L’interrogativo che la discussione ha generato è il seguente: perché, in Italia, non si parla poco di volontariato o di buone notizie? Sembra un paradosso: nel nostro paese ci sono circa 8 milioni di cittadini in povertà relativa e 3,6 milioni in povertà alimentare, e, nonostante questo, la cultura del sociale non passa. O meglio, non passa se non talvolta veicolata da notizie economiche e cronaca nera.

In quest’ottica di quasi totale anonimato, i media potrebbero svolgere un ruolo significativo aiutando le associazioni di volontariato a raggiungere tutti, a far sapere che esistono. Ma questo spesso non accade: l’informazione non passa e le associazioni restano gocce sparse qua e là per il territorio. Se però le associazioni non vengono aiutate, chi può aiutare i poveri? Il volontariato, qualora fosse ben veicolato dall’informazione, potrebbe fare ancora di più. Forse, tuttavia, esser vicini alla gente è un’eresia, quando non esserlo è dettame politico-sociale. E’ esemplare a questo punto citare, come ha fatto Pino Aprile, il “Metodo Riace” per far capire quanto la solidarietà rappresenti l’unica arma per demolire le barriere della crisi; nel 1998, quando ci fu il grande sbarco di 200 profughi dal Kurdistan a Riace Marina, gli immigrati furono accolti dagli abitanti del paese.

I giovani fondatori dell’associazione “Città Futura” (dedicata al parroco siciliano ucciso dalla mafia, Don Giuseppe Puglisi), tra cui l’attuale sindaco della cittadina, Domenico Lucano, decisero di aiutarli: riuscirono, in cambio di lavori di restauro, ad ottenere in affitto le case d’abitanti ormai lontani da Riace, e così diedero una casa a persone che non potevano averla. Insomma, l’idea di base del “Metodo Riace” consiste nell’offrire un tetto ed un lavoro agli immigrati, riducendo i costi di mantenimento dei rifugiati e dando nuovo vigore all’economia locale.

Soltanto dieci anni fa Riace era un borgo della Calabria destinato allo spopolamento: oggi, invece, come ha sostenuto Pino Aprile, giornalista-scrittore presente alla conferenza, è uno dei borghi più famosi d’Europa. E’ ancor lecito sostenere che gli immigrati siano la rovina d’Italia? La comunicazione sociale è una comunicazione sovversiva nella misura in cui riesce ad infrangere i grandi stereotipi. Raccontare le storie aiuta ad eliminare il pregiudizio. Allora, forse, dovremmo diventar tutti un po’ più “cantastorie” e portare ovunque il messaggio che non passa attraverso i media: la crisi, certamente, si risolve con le dovute manovre economiche, ma si vince anche essendo solidali gli uni con gli altri. Essendo volontari di tutti i giorni, perché non v’è bisogno d’appartenere ad una categoria per fare qualcosa d’etico e corretto, qualcosa di dovuto alle generazioni future.

Claudio Davini

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