Il prezzo pagato dal welfare. Ecco i risultati del rapporto sulla contrattazione sociale

ph. Milton Jung CBNSP (cc flickr)

ROMA. “Il tessuto economico e sociale del Paese è stato colpito violentemente da una crisi che ha aggravato la condizione materiale delle persone, sia per quanto riguarda il profilo del lavoro sia per le condizioni generali di vita. Questo stato di cose ha inevitabilmente caratterizzato la contrattazione sociale territoriale che si è resa un potente strumento di risposta, seppur declinato in un’ottica prevalentemente difensiva”. Di fronte ai redditi azzerati o alla cassa integrazione, ecco quindi che è necessario intervenire anche per integrare quelle politiche di welfare vessate dai tagli delle manovre economiche. E’ questo, in sintesi, il quadro che emerge dal “Secondo Rapporto sulla Contrattazione Sociale Territoriale” a cura dell’Osservatorio sulla Contrattazione Sociale (Ocs) costituito dalla Cgil e dallo Spi, con il contributo dell’Ires.

Uno studio che attraverso l’analisi di 439 documenti -estrapolati dai circa 1.000 accordi di contrattazione sociale realizzati nel corso del 2010-, tra piattaforme e accordi siglati unitariamente, evidenzia una significativa attività di contrattazione unitaria che nel territorio individua quel luogo centrale per la tutela del reddito e per la difesa dei diritti e della condizione di vita delle persone.

“Il rapporto mette in evidenza una tenuta rispetto ai sistemi di welfare -ha spiegato Maria Guidotti, coordinatrice del Comitato di indirizzo dell’Osservatorio sulla contrattazione sociale-, un impegno diffuso sul territorio per la tenuta del livello dei servizi sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, sul terreno dell’imposizione fiscale, tariffe, rette per strutture per l’infanzia, strutture per anziani e accesso ai servizi in generale. Una contrattazione che tenta di non far pesare ulteriormente la crisi sulle spalle dei cittadini”.

La crisi però c’è e “si sente”, ha aggiunto Guidotti, “le risorse mancano, ma emergono anche degli elementi di novità. C’è un nuovo coinvolgimento di soggetti diversi a partire dal terzo settore che acquista un ruolo nuovo e più importante anche nella contrattazione il che richiede probabilmente anche nuove sedi di relazione per definire progetti ed obiettivi comuni”. Rispetto al primo rapporto, ha evidenziato Guidotti, le differenze sono dovute in particolar modo alla scarsità di risorse, anche se non manca “un appiattimento” generale degli interventi. “Si fa molto meno attenzione alla differenziazione per bisogni rispetto ai destinatari”, ha specificato. “Penso alle donne o all’infanzia e agli immigrati. Si pensa al bisogno generale, alla risposta che coinvolge l’intera popolazione come prima risposta”. Tra gli elementi positivi emersi da questa rilevazione la partecipazione diffusa e gli interventi che pongono la qualità al primo posto. “Tentativi molto importanti che vengono fatti ad esempio per i piani di zona: veri e propri interventi di pianificazione che coniugano lo sviluppo sociale con lo sviluppo del territorio, dalla valorizzazione delle infrastrutture, dai trasporti al patrimonio artistico, alle risorse ambientali. Sicuramente è molto positivo. Coniuga i due livelli, quello economico e quello sociale, che spesso si pensa che debbano proseguire separati”.

Entrando nel dettaglio della ricerca dell’Ocs si rileva come dei 439 documenti raccolti, per l’83,1% (365 casi) si tratti di veri e propri accordi, ovvero tutte le varie forme di documenti conclusivi di un percorso negoziale. Il 10,11% (44 casi) è relativo a ‘resoconti o verbali di incontro’ cioè tutti quei provvedimenti che si collocano nel mezzo del percorso di negoziazione. Infine, oltre ai documenti conclusivi e a quelli intermedi, nel gruppo di testi analizzati vi sono anche le piattaforme negoziali (il 6,8% per un totale di 30).

Dal punto di vista territoriale il livello comunale di contrattazione è quello più ampiamente rappresentativo: il 76,8% dei documenti negoziali e ben l’80,3% degli accordi sono siglati a questo livello essendo il frutto, si legge nel rapporto, “per buona parte, della contrattazione svolta in vista dell’approvazione dei bilanci comunali di previsione, o comunque in occasione del percorso annuale di confronto tra le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali sull’agenda di welfare locale”. I 360 documenti concentrati sulle dimensioni comunali, intercomunali e di circoscrizione, vanno a coprire, come spiega il rapporto, ben 797 comuni per una popolazione interessata stimabile intorno ai 12-14 milioni di persone.

L’analisi dell’Ocs evidenzia poi i beneficiari della contrattazione sociale territoriale, individuati nella generalità di cittadini e famiglie (82,5% degli accordi, 93,3% delle piattaforme) che rappresentano la voce maggioritaria. Un’area, quest’ultima, che ingloba tutti quei provvedimenti di valenza universalistica che, secondo l’Ocs, evidenzia “l’intento di uno strumento volto alla promozione dei diritti di cittadinanza sociale dei cittadini”.

Un grande rilievo è dato ai lavoratori di aziende in crisi. Nel 67,6% degli accordi e nel 40% delle piattaforme sono previste iniziative per i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità, così come per quelli disoccupati o precari. Seguono poi quei soggetti e quei temi che sono il cuore della contrattazione sociale: l’infanzia (67,6% degli accordi, 66,7% delle piattaforme), anziani (55,7%, 60%), povertà (45,4%, 46,7%), disabili (29,6%, 46,7%).

Il rapporto sottolinea come emerga “una contrattazione sociale che con difficoltà riesce a intercettare e promuovere i bisogni e le esigenze dei soggetti non maggioritari o comunque più presenti tradizionalmente” e si mostra “con altrettanta evidenza la difficoltà a trattare e portare in luce i bisogni di soggetti particolari che in modo altrettanto specifico stanno subendo gli effetti della crisi”, in particolare le donne (presenti nel 5,3% degli accordi e nel 30% delle piattaforme), i giovani (20,8%, 36,7%) e gli immigrati (12,7%, 36,7%).

Per il segretario confederale della Cgil, con delega al tema del welfare, Vera Lamonica, “i temi trattati negli accordi e nelle piattaforme sono molto ampi e anche se la maggiore concentrazione di essi riguarda le voci del welfare e della spesa delle famiglie per tasse locali, tariffe, rette, ecc., ciò conferma l’intreccio sempre più presente con le politiche generali di sviluppo e di governo del territorio”. Ma secondo il dirigente sindacale “nelle condizioni sociali date il welfare non si difende mantenendo lo stato di cose presenti ma agendo -sostiene Lamonica- per una progressiva pratica di inclusione e di estensione della cittadinanza anche come capacità sindacale di trasformare domande inespresse e bisogni emergenti in pratica di costruzione di nuove piattaforme e di nuove capacità di rappresentanza”.

Il profilo della contrattazione sociale territoriale per il 2010, così come emerge dal rapporto, appare infatti prevalentemente ‘difensivo’, cioè impegnato a mantenere qualità e quantità dei servizi e delle prestazioni. Di fatti con la crisi in atto e i pesanti tagli ai finanziamenti delle politiche sociali non poteva che essere così: mettere a posto i bilanci ha un costo, molto spesso questo coso lo paga il welfare.

Dal 2008 ad oggi, infatti, i principali canali di investimento (dal fondo per l’affitto a quello per i servizi all’infanzia) hanno subito una riduzione del 78,7% calando dai 2 miliardi e 527 milioni di allora ai 538 milioni di oggi. Alcuni capitoli di spesa sono stati completamente azzerati come ad esempio il fondo per i non autosufficienti che quest’anno è stato cancellato dai 400 milioni di euro dello scorso anno. Stessa cosa per i servizi all’infanzia che dai 100 milioni dell’anno passato (finalizzati all’apertura di nuovi asili nido) passa a zero per il 2011. Il fondo per le politiche sociali ora può contare su meno di 274 milioni mentre solo tre anni fa era il triplo.

Eppure la contrattazione nei territori ha introdotto rilevanti novità. Secondo il segretario generale dello Spi, Carla Cantone, infatti, dalla lettura del rapporto emerge “una prima novità, rispetto ad un passato non troppo lontano, che risiede nella crescente confederalità della contrattazione sociale territoriale nella consapevolezza che esiste un nesso inscindibile tra diritti del lavoro e diritti di cittadinanza, ma questo legame non emerge automaticamente”.

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