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Il secondo welfare continua a crescere: i suoi pilastri sempre più importanti per il sistema sociale italiano

TORINO. Lo Stato italiano spende una cifra imponente per il welfare: 447,4 miliardi di euro suddivisi tra pensioni, sanità, assistenza sociale e politiche del lavoro; circa il 54,1% dell’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito. Se si prendono in considerazione anche le spese dedicate ad esclusione sociale, famiglia e housing, oltre a costi di funzionamento degli enti che gestiscono le varie funzioni di welfare, il nostro Paese impiega su questo fronte il 29,9% del proprio Pil. Si tratta di una percentuale superiore alla media dei 28 Paesi UE (28,7%) e inferiore solo a quelle di Danimarca, Francia e Finlandia. Dati che smentiscono il luogo comune secondo cui l’Italia spende meno degli altri Paesi per il welfare.
Allora perché negli ultimi anni il nostro sistema sociale è spesso apparso incapace di fronteggiare in maniera efficace molti bisogni dei propri cittadini? C’è anzitutto un problema di squilibrio interno. Abbiamo un eccesso di spesa per pensioni e sanità, mentre investiamo poco o niente in servizi dedicati a famiglia, inclusione sociale, lavoro femminile e formazione. Questioni che, forse, potrebbero essere affrontate attraverso nuovi investimenti, i quali tuttavia appaiono difficilmente realizzabili vista l’attuale situazione economica (pur considerando i positivi segnali di ripresa degli ultimi mesi) e l’ingente debito pubblico accumulato dal nostro Paese (132,6% nel 2016), che impongono vincoli di bilancio che poco plausibilmente potranno essere sciolti negli anni a venire. A questi problemi endogeni si aggiungono macro dinamiche esogene che riguardano i cambiamenti demografici, i mutamenti delle strutture familiari, i nuovi rischi e bisogni legati all’evoluzione del mondo del lavoro, l’aumento di fenomeni quali povertà e migrazioni. Fattori che quotidianamente influenzano – e sempre più influenzeranno – il nostro modo di vivere. E che impongono sfide complesse verso cui il welfare pubblico fatica sempre di più a garantire risposte adeguate ai bisogni crescenti dei cittadini.
In questo contesto da alcuni anni si sta tuttavia assistendo allo sviluppo di numerose esperienze di secondo welfare, ovvero interventi pensati, sviluppati e implementati da soggetti privati, sia profit che non profit, che vanno ad inserirsi sussidiariamente laddove lo Stato, con il primo welfare di natura pubblica, non riesce ad arrivare. Si tratta di azioni messe in campo da imprese, assicurazioni, banche, fondazioni, cooperative, imprese sociali, gruppi di volontari e altre realtà del Terzo Settore, nonché associazioni datoriali, organizzazioni sindacali e enti bilaterali, che con modalità differenti hanno scelto di sviluppare risposte innovative, il più delle volte a trazione territoriale, che possano positivamente integrare il welfare pubblico in difficoltà.
Sulle dinamiche in atto in tal senso, soprattutto per quel che riguarda le diverse esperienze concrete strutturatesi negli ultimi anni, si è concentrato il Terzo Rapporto sul secondo welfare, documento biennale curato dal Laboratorio Percorsi di secondo welfare del Centro Einaudi. Il Rapporto, che è stato presentato il 21 novembre presso l’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino, raccoglie i frutti delle principali ricerche svolte nel biennio 2016-2017 affrontando temi centrali – come l’innovazione sociale, l’empowerment dei destinatari degli interventi, l’interazione con il Pubblico e l’attivismo “dal basso” – e approfondendo modi operandi, progetti e strategie delle tante realtà che sono parte integrante del secondo welfare. Dalle imprese che implementano piani di welfare aziendale allo sviluppo della bilateralità, dalle forme di contrasto messe in campo dalle Fondazioni di origine bancaria al ruolo delle Fondazioni di partecipazione per il Dopo di noi, dalle Youth Bank alle Fondazioni comunitarie nate nel Mezzogiorno, passando per il ruolo sempre più importante del mondo assicurativo, il contributo delle Fondazioni d’impresa all’evoluzione della filantropia istituzionale, fino alle nuove misure di contrasto all’indigenza.
Come hanno spiegato Maurizio Ferrera e Franca Maino, rispettivamente Scientific Advisor e Direttrice di Percorsi di secondo welfare, quantificare questa moltitudine di esperienze, attività e servizi non è cosa facile.
In primo luogo perché mancano fonti e dati aggregati, ma anche perché la continua evoluzione di proposte, idee e sperimentazioni rende difficile stare al passo con i diversi filoni in via di sviluppo. Eppure i dati presentati all’interno del Rapporto – quest’anno arricchito anche da infografiche riassuntive dei numeri più interessanti dei vari fenomeni analizzati – restituiscono pezzi sempre più “pesanti” di un puzzle in continua espansione.
Molto significative sono ad esempio le cifre dei beneficiari, le persone che in vario modo possono fruire di prestazioni, servizi e sostegni. Il settore della bilateralità, ad esempio, riguarda almeno 6 milioni e 900 mila potenziali fruitori; i grandi fondi sanitari integrativi bilaterali di livello nazionale coprono 2 milioni e 500 mila lavoratori; i fondi, gli enti, le casse e le società di mutuo soccorso aventi fini assistenziali registrati presso il Ministero della Salute (ben 305) riguardano 9 milioni e 150 mila persone, di cui quasi 7 milioni di lavoratori e oltre 2 milioni e 200 mila familiari; o ancora, con l’inclusione del welfare aziendale in seno all’ultimo Contratto Collettivo Nazionale dei metalmeccanici, oltre 200 mila imprese del settore possono attivare programmi di questo genere – e molte hanno già iniziato a farlo – raggiungendo un bacino potenziale superiore a 1 milione e 500 mila lavoratori.
E anche laddove le cifre non sono così imponenti si registrano dinamiche virtuose che influenzano positivamente la vita dei cittadini. È il caso di tutte quelle realtà della cosiddetta filantropia istituzionale, che hanno progressivamente abbandonato l’idea di filantropia come charity a favore di un approccio che mette sempre più al centro la crescita e che considera l’azione filantropica come volano di sviluppo locale e delle comunità.
Le Fondazioni di origine bancaria, ad esempio, oltre a fornire contributi economici significativi – oltre 1 miliardo di euro di erogazioni nel 2016 – alle organizzazioni del Terzo Settore che operano nel nostro Paese, si distinguono per strategie di intervento sempre più innovative, specialmente in ambiti in cui il Pubblico fatica a fornire interventi adeguati. Accanto a loro si registra la sempre più solida presenza di Fondazioni di impresa e di famiglia, di comunità e di partecipazione – solo per citare quelle che sono state oggetto dei capitoli del Rapporto – che sostengono quotidianamente interventi e strumenti in grado di aggredire problemi sociali precisi, senza tuttavia perdere di vista l’inclusione della comunità nel suo insieme.
Ormai il secondo welfare non è più un insieme di iniziative sporadiche ma di veri e propri nuovi pilastri di un edificio destinato a pesare, che lo si voglia o no, nel panorama del welfare e, più in generale, del modello sociale italiano. Anche perché intorno a questi pilastri si sono progressivamente formate delle cornici egolative e orientative da parte dell’attore pubblico che ne rafforzano la consistenza e l’impatto. A livello europeo il neo-adottato Pilastro Europeo dei Diritti Sociali ha definito in maniera abbastanza dettagliata il perimetro e i contenuti degli standard sociali che debbono essere garantiti in forma di diritti soggettivi esigibili dai cittadini UE; nel nostro Paese sono stati fissati nuovi paletti normativi intorno ai quali far ruotare i confini tra primo e secondo welfare, come la riforma del Terzo Settore, le norme sul welfare aziendale e contrattuale o la parte “sociale” del Jobs Act.
Secondo Ferrera e Maino siamo arrivati al punto in cui è necessario smettere di pre-giudicare il secondo welfare come programmaticamente erosivo rispetto al primo, a rimanere aperti – tanto sul piano descrittivo che su quello valutativo – rispetto al contributo positivo che esso può dare alle chance di vita dei cittadini in questa nuova fase storica di ri-sperimentazione del welfare e dei suoi modelli.

La versione integrale e singoli capitoli del Terzo Rapporto sul secondo welfare sono disponibili sono disponibili qui.

@VolontariatOggi

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