Il valore sociale ed economico del volontariato in Italia. L’analisi della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie

La copertina della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie

La copertina della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie

MILANO. Attualmente non si è ancora compreso l’effettivo ruolo e valore del non profit, ed in particolare delle associazioni di volontariato, nel sistema dei servizi sociali. E questa non comprensione si è tradotta, successivamente, in una totale e sconfortante sottovalutazione dell’intero mondo del privato sociale, come testimoniano molte scelte degli ultimi governi nazionali e amministrazioni locali. Un tentativo di analisi passa attraverso la valorizzazione economica anche di quello che non nasce secondo la logica dell’economia del mercato, ma che con il mercato si confronta quotidianamente. Da queste premesse nasce l’approfondimento che la rivista  Prospettive Sociali e Sanitarie ha svolto nel numero di maggio, discutendo la ricerca sulla valorizzazione economica del lavoro volontario nel settore non profit” avviata dall’ISTAT e dal CNEL nel 2011.
Ultimamente si sente parlare di “valore sociale ed economico” del volontariato e un numero sempre maggiore di persone ritiene che esso rivesta un ruolo importante per i costi sociali dei Paesi occidentali. La valutazione economica del volontariato richiede in primis una definizione chiara e precisa del complesso fenomeno che coinvolge la sfera personale, professionale e sociale degli individui che lo prestano. Tale definizione può essere ripresa dal “Manuale sulla misurazione del lavoro volontario” lanciato dall’ILO nel 2011: “Il volontariato è un lavoro non retribuito e non obbligatorio; ossia tempo donato da individui in assenza di retribuzione per svolgere attività tramite un’organizzazione o direttamente per altri, al di fuori della propria famiglia“.

E’ quindi sinonimo di reciprocità che, assieme alla solidarietà, rappresenta il fondamento etico di questa sfera, e di gratuità, che qualifica il modus operandi, distinguendolo dalle altre forme di associazionismo sociale. Da questo punto di vista misurarlo, serve anche a far vedere che, se esso smettesse di operare, sarebbero necessarie notevoli risorse per sostituirne, in modo imperfetto e inadeguato, le funzioni e i prodotti.

Prospettive Sociali e Sanitarie analizza due casi specifici. Il primo, relativo al 2009, è stata studiato in un’indagine nella provincia di Bergamo, il cui interesse era quello di fornire una prima idea sul valore economico del volontariato; attuato da Federica Origo e dal dipartimento di Scienze aziendali, economiche e Metodi quantitativi dell’università di Bergamo.
Sono state prese in considerazione 588 organizzazioni di volontariato (ODV), escluse quelle della protezione civile, poiché iscritte in un preciso Albo gestito direttamente dalla Provincia. Inizialmente è stato quantificato il monte ore di lavoro e il salario di riferimento e successivamente separato il numero di volontari sistematici, cioè coloro che prestano servizio con regolarità, da quelli saltuari. Si è potuto calcolare che oltre 13.500 volontari sistematici attivi, hanno prestato quasi 80.000 ore di servizio alla settimana, pari al lavoro di 2102 occupati a tempo pieno. Inoltre, il valore economico che ne risulta va oltre 40,5 milioni di euro, corrispondenti allo 0,12% del PIL provinciale. Per la stima del volontariato spontaneo risulta che quasi l’8% dei giovani di almeno 15 anni, svolge qualche attività spontanea. Il valore economico di questo tipo di volontariato si colloca tra i 70 e i 494 milioni di euro, corrispondenti tra lo 0,2 e l’1,4% del PIL provinciale.

Per calcolare il valore monetario occorre seguire due strade di misurazione: output (diretto) e input (indiretto). La misurazione diretta, consiste nell’applicazione del metodo analogo a quello del mercato e si basa sul confronto tra un prezzo o tariffa applicata al mercato privato su determinati beni simili a quelli del volontariato. Quella indiretta, invece, prevede l’applicazione del metodo del costo, basato sostanzialmente sulla valorizzazione del lavoro non retribuito come costo principale e necessario per produrre il bene o servizio offerto dal volontariato.

Il prodotto di questo associazionismo, in termini di output, è quasi sempre un sevizio di natura immateriale, ed è quindi necessario definirne un contorno reale perché sia possibile misurarne il prodotto. Prendendo, ad esempio, in considerazione il servizio “sostegno scolastico a domicilio”, si può attribuire un prezzo di mercato approssimativo di circa 20 euro l’ora per 160 ragazzi. il servizio complessivo sarà pari a 40.160 euro che è una possibile misura del valore economico prodotto dalle ODV nel corso di un mese. Questo esempio è analizzato invece nel secondo caso studio di Napoli, condotto da Marco Musella, professore di Economia politica, da Maria Santoro, assegnista di ricerca in Economia sociale e dal dipartimento di Scienze politiche, dell’università Federico II di Napoli.

Ma la misurazione degli indicatori di output non è sempre adeguata e in molti casi il prezzo dei servizi risulta impreciso; si deve così ricorrere al metodo degli input, basato sulla valorizzazione del lavoro volontario e quindo sull’analisi dei costi. Questo metodo si divide in due distinte procedure: metodo dei costi opportunità e metodo dei costi di sostituzione. Il primo si basa sulla teoria secondo la quale il tempo non retribuito dovrebbe essere trattato alla stessa maniera di quello destinato alla produzione dei beni di mercato. L’individuo trasferisce il tempo da un’attività a basso rendimento ad una a rendimento più elevato, fino a raggiungere un certo equilibrio. Per calcolare il valore del volontariato bisogna prendere come parametro di riferimento la retribuzione oraria che questo avrebbe percepito se avesse impiegato il suo tempo in attività lavorative. Il metodo non considera però le competenze dell’individuo e, nel caso il volontario fosse disoccupato, il costo sarebbe uguale a zero. Il metodo dei costi di sostituzione, invece, attribuisce un valore economico al tempo offerto dai volontari per ogni tipo di attività svolta. Il grande limite però consiste nel dare per scontato che le due categorie (volontari e retribuiti) abbiano la stessa produttività.

Risulta pertanto che la valorizzazione economica in termini di output e input sia, in entrambi i casi, sottostimata. Musella e Santoro affermano che si è ancora lontani dalla meta e dall’obiettivo di attribuire un giusto valore al volontariato.

In conclusione, dalle analisi di Prospettive Sociali e Sanitarie, emerge che il volontariato ha un ruolo importantissimo per il funzionamento delle politiche sociali a livello locale, soprattutto in un periodo di crisi come quello che sta affrontando il nostro paese. L’interesse dato all’ambito economico non vuole di certo sminuire gli altri tipi di valori generati dal volontariato (benessere sociale, solidarietà, coesione sociale, creazione di relazioni,…), ma vuole piuttosto mostrare che la valutazione di esso potrebbe aumentare la consapevolezza e la visibilità dei coinvolti, accrescendo il potere contrattuale delle organizzazioni.

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