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La crisi morde, ma cala il pessimismo

ROMA. Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, oggi si celebra a Roma la 90ª Giornata Mondiale del Risparmio, da sempre organizzata dall’Acri, l’Associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa. Sono intervenuti il Presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti, il Presidente dell’Abi Antonio Patuelli, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan. Come ogni anno, alla vigilia della manifestazione l’Acri ha presentato i risultati dell’indagine sugli Italiani e il Risparmio, che da quattordici anni realizza insieme a Ipsos per questa occasione. I risultati dell’indagine sono suddivisi in due macroaree: la prima, comune a tutte le rilevazioni (dal 2001 al 2014), che consente di delineare quali siano oggi l’atteggiamento e la propensione degli Italiani verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto al passato; la seconda focalizzata sul tema specifico della Giornata, che quest’anno è “Il Risparmio nell’Unione Bancaria Europea”.

Dopo un anno terribile come il 2013, gli italiani mostrano segnali di maggior fiducia sul proprio futuro, nonostante pensino che la crisi sia profonda (è molto grave per l’87%) e lunga, con un orizzonte temporale che sfiora il 2020. In particolare recuperano fiducia i giovani (18-30 anni): gli ottimisti salgono in un anno dal 25% al 28% e i pessimisti scendono dal 21% al 16%, con un saldo tra ottimisti e pessimisti che, quindi, guadagna in un anno 8 punti percentuali; anche tra gli over 65 anni il saldo migliora di 15 punti percentuali (da -27% a -12%). Complessivamente il numero dei fiduciosi sul proprio futuro è superiore a quello degli sfiduciati (24% i fiduciosi, 21% gli sfiduciati), segnando un drastico cambiamento rispetto al 2013, quando i risultati erano opposti (28% gli sfiduciati, 21% i fiduciosi).

Si contrae un po’ il numero di famiglie colpite direttamente dalla crisi (dal 30% al 27%) e si registra un rialzo non trascurabile (8 punti percentuali rispetto al 2013) della soddisfazione riguardo alla propria situazione economica: 1 italiano su 2 risulta soddisfatto. Le famiglie che hanno registrato un serio peggioramento del proprio tenore di vita negli ultimi 2/3 anni sono il 23% contro il 26% del 2013; sono il 46% (sostanzialmente in linea col 47% del 2012) coloro che hanno dovuto fare attenzione per mantenere il proprio tenore di vita; mentre raggiungono il 27% (contro il 25% dello scorso anno) coloro che lo hanno mantenuto con facilità; passano dal 2% al 4%, cioè 1 italiano su 25, gli italiani che hanno sperimentato un miglioramento. Questa è un’importante inversione di tendenza, quantunque di misura contenuta, rispetto a un dato che era andato via via riducendosi nel tempo.

Preoccupate restano invece le attese circa le sorti del Paese: solo 1 italiano su 4 è fiducioso sul futuro dell’Italia (28%), mentre il 43% è sfiduciato; il 27% ritiene che la situazione rimarrà inalterata e il 2% non sa cosa pensare. Gli sfiduciati sopravanzano di 15 punti percentuali i fiduciosi, ma il dato è comunque migliore di quello dello scorso anno (il saldo fu negativo per 23 punti).

Sulle prospettive future dell’economia europea continua a prevalere l’ottimismo, anche se in flessione rispetto al recente passato, con i fiduciosi attestati al 34% e i pessimisti al 28% (nel 2013 il saldo positivo era di 14 punti percentuali, con i fiduciosi attestati al 37% e i pessimisti al 23%). La fiducia rispetto all’economia mondiale nel suo complesso prosegue invece il suo trend positivo: nel 2013 gli ottimisti erano di 12 punti percentuali sopra i pessimisti, un dato che nel 2014 sale a 15 punti, generato dal 35% di ottimisti e il 20% di pessimisti. Allargando l’orizzonte ai cittadini di altri Paesi nel mondo, le principali economie sviluppate mostrano un livello di soddisfazione basso, ma in crescita nel 2014, anche se – tra tutte – l’Europa appare la più statica, come riportato nel monitoraggio Ipsos Global@dvisor (agosto-ottobre 2014).

Gli italiani si dichiarano delusi dall’Unione Europea, ma non ne mettono in dubbio l’utilità, soprattutto per il futuro. Coloro che hanno fiducia nell’Unione Europea rimangono maggioritari (il 51%), mentre la delusione è forte rispetto all’Euro: il 74% ne è insoddisfatto. Però, non appena lo sguardo si volge al futuro, la fiducia che l’Unione Europea nei prossimi 5 anni saprà andare nella giusta direzione è alta: il 65% degli italiani ci crede. Solo il 22% ritiene che la Ue andrà nella direzione sbagliata. Ed anche l’Euro appare la soluzione vincente se ci si proietta nel lungo periodo: gli italiani convinti che tra 20 anni essere nell’Euro sarà un vantaggio salgono dal 47% al 52%, riguadagnando la maggioranza assoluta.

Inoltre, gli italiani non pensano che l’Europa sia l’origine dei mali: il 56% ritiene che la situazione attuale sia causata dal malgoverno del Paese negli ultimi anni e dalle mancate riforme; solo il 5% dei cittadini imputa ogni responsabilità all’Europa; il 18% chiama in correità Italia ed Europa; infine il 19% attribuisce le cause della difficile situazione odierna alle cicliche crisi mondiali.

Per quanto riguarda l’Unione Bancaria Europea gli italiani ne hanno una conoscenza decisamente ridotta: il 32% la conosce a grandi linee, mentre il 7% dichiara una conoscenza più approfondita. Però l’Unione Bancaria piace molto agli italiani, che su di essa esprimono un ampio consenso. Il 66% è favorevole, mentre solo il 20% preferirebbe mantenere un presidio di leggi, regolamenti e controlli specifico per ogni paese (il 14% non esprime una posizione). Per la maggioranza degli italiani (il 63%) con l’Unione Bancaria Europea il risparmiatore sarà sempre più tutelato, mentre il 24% si dimostra scettico e il 6% ritiene che “tutto rimarrà come ora”; il 7% non esprime un’opinione al riguardo.

Gli italiani pensano che tutti i soggetti usciranno avvantaggiati dall’Unione Bancaria Europea; molto avvantaggiate saranno le grandi aziende (per il 66% degli intervistati), ma anche le piccole imprese (57%), le grandi banche (59%), i consumatori, i commercianti, gli autonomi e chi prende denaro a prestito (tutti al 56%), anche i governi nazionali (50%). Il timore riguarda le piccole banche locali, che potrebbero trovarsi impreparate di fronte a tutte le novità e, quindi, svantaggiate (il 36% ritiene che saranno svantaggiate, il 32% avvantaggiate, il 20% che non cambierà nulla, il 12% non ha un’opinione). Inoltre l’Unione Bancaria è ritenuta utile per rafforzare l’importanza e il potere dell’Unione Europea nelle decisioni internazionali (il 53% ritiene che sarà molto utile e un altro 24% utile).

Riguardo ai consumi, gli italiani sono sempre più attenti. La razionalizzazione delle spese è ormai sistematica, sia tra le famiglie colpite dalla crisi sia tra quelle che non hanno sperimentato particolari problemi. La sensazione è che l’atteggiamento parsimonioso sia determinato – ove non dal bisogno – da due grandi forze. La prima, che induce a un consumo più responsabile, attento alla qualità, allo spreco, a rifuggire la logica del consumo fine a se stesso e che non verrebbe particolarmente alterato né dal miglioramento del reddito disponibile né dall’uscita dalle condizioni generali di crisi. La seconda, forse più diffusa, che induce, al di là delle risorse finanziarie disponibili, a consumare lo stretto necessario a causa di una mancanza di fiducia nel futuro, una fiducia che sembra sempre più necessario rafforzare.

Gli anni di crisi hanno ridotto le riserve di denaro degli italiani: oggi 1 famiglia su 4 (il 25%, in crescita rispetto al 2013) dice che non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista di 1.000 euro con risorse proprie. Se la spesa imprevista fosse maggiore, 10.000 euro (ossia un furto d’auto, una complessa operazione dentistica, la sistemazione di un tetto o una cartella esattoriale non attesa), potrebbe farvi fronte con le sole proprie forze poco più di 1 famiglia su 3 (il 37%, in crescita di 6 punti percentuali rispetto al 2013). Questi dati, combinati fra loro, fanno comprendere come per alcune famiglie la situazione sia sempre più complessa, tanto da non riuscire a far fronte a una spesa di 1.000 euro, mentre altre – probabilmente lievemente più benestanti – stiano trovando il modo di riaccumulare risparmio.

La riduzione dello stock di risparmio negli ultimi anni, infatti, è stata importante e ora le famiglie stanno attivamente cercando di porvi rimedio. È lievemente scesa la percentuale di italiani che nel corso degli ultimi 3-4 anni ha visto diminuire le proprie riserve di denaro, passando dal 63% del 2013 al 61% attuale, circa 2 italiani su 3; mentre il 9% dichiara di avere incrementato lo stock di risparmio cumulato nello stesso periodo (erano il 7% nel 2013).

Nel 2014, per il secondo anno consecutivo, il dato più importante della rilevazione è che cresce di 4 punti percentuali la quota di italiani che negli ultimi dodici mesi sono riusciti a risparmiare: passano dal 29% del 2013 al 33% attuale. Al contempo si riducono per il secondo anno di fila, e in modo consistente, le famiglie in saldo negativo di risparmio, dal 30% al 25%. Sostanzialmente costanti, al 41%, sono le famiglie che consumano tutto quel che guadagnano, senza risparmiare ma al contempo senza intaccare i risparmi accumulati o ricorrendo a prestiti. Combinando la capacità attuale di risparmio e le prospettive future emerge che le famiglie che si sentono in crisi di risparmio sono in lieve diminuzione: il 37%  contro il 43% del 2013 e il 42% del 2012.

L’indagine registra che il 46% degli italiani non vive tranquillo se non mette da parte dei risparmi, in linea con il 45% del 2013 e di pochissimo superiore al numero di coloro che risparmiano solo se ciò non comporta troppe rinunce (il 44%). Preferisce invece godersi la vita senza pensare a risparmiare l’8% degli italiani, in calo rispetto agli anni precedenti (11% nel 2010, 10% nel 2011, 9% nel 2012 e nel 2013), segno di una crisi che perdura; un residuale 2% non si esprime.

In merito agli investimenti rimane stabilmente elevata la preferenza degli italiani per la liquidità: riguarda 2 italiani su 3. Inoltre, chi investe lo fa solo con una parte minore dei propri risparmi. Rispetto all’investimento ideale, si registra un nuovo e ampio calo dell’interesse per il “mattone”, che segna il suo minimo storico da quando la rilevazione Acri-Ipsos è partita nel 2001. Se nel 2006 la percentuale di coloro che vedevano nel mattone l’investimento ideale era il 70% e nel 2010 il 54%, nel 2011 scese al 43%, nel 2012 al 35%, nel 2013 al 29%, fino all’attuale 24%. Crescono – raggiungendo il nuovo massimo storico del 36% – coloro che reputano questo il momento di investire negli strumenti ritenuti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di Stato). Il numero complessivo degli amanti dei prodotti più a rischio cresce anch’esso, attestandosi all’8%. Rimane costante il numero di coloro che, dovendo indicare l’investimento ideale, ritengono sbagliato investire in una qualsiasi forma (il 18% nel 2010, il 23% nel 2011, il 28% nel 2012, il 32% nel 2013 e nel 2014): sono ormai quasi un terzo degli italiani.

Concludendo, in Italia si riduce la sfiducia nel futuro, ma è un segnale debole ed esposto a repentini cambiamenti: la minore sfiducia è legata infatti a un miglioramento delle prospettive personali, unita alla speranza di una ripresa dell’economia mondiale; critico rimane il giudizio sul futuro dell’Italia. In questa situazione la strategia seguita dagli italiani è quella di puntare sul futuro tramite una crescente razionalizzazione dei consumi nell’oggi, anche al fine di evitare l’ulteriore decumulo di risparmio, di non ricorrere all’indebitamento e, se possibile, di riuscire a metter via del denaro. Non poter risparmiare, infatti, fa vivere male quasi metà degli italiani. L’Europa e l’Euro sembrano giocare un ruolo ambivalente: deludono se ci si concentra sul presente e sul recente passato, ma sono un elemento positivo e di speranza se si considera il futuro; in questo contesto, e a conferma, l’Unione Bancaria Europea risulta bene accolta dagli italiani.

 

(PH: http://www.flickr.com/photos/ehiuomo/)

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