SPECIALE #VOXPOPULI | Fabrizio Silei: “Raccontare storie nell’epoca dello smartphone”

LUCCA. “Bisogna interrogarsi su come sia cambiato il modo di stare nel mondo con l’avvento dello smartphone, l’avvento di qualcosa che ci dà tante informazioni, ma soprattutto che non ci lascia mai soli”. Con queste parole Fabrizio Silei, scrittore e artista, vincitore del Premio Andersen come Miglior Autore nel 2014, finalista del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2018, ha iniziato il suo intervento alla Summer School “Vox Populi – Per una pedagogia del bene e un rimedio al rancore” organizzata dal 7 al 9 settembre 2018 a Lucca dal Centro Nazionale per il Volontariato (Cnv) e dalla Fondazione Volontariato e Partecipazione. Silei ha parlato del tema “Storie e rischio, storie a rischio. Crescere con le storie nell’epoca dello smartphone”.

“La condizione dell’uomo contemporaneo è una condizione che non ha eguali nella storia dell’umanità, dico sempre che probabilmente la noia del pastore ha generato il flauto” afferma Silei. “Viviamo in un’epoca ricca di storie -ha aggiunto lo scrittore-, i social network ce ne propongono oggi giorno in quantità. Viviamo in un’epoca in cui regna lo stress, allora cerchiamo di porvi rimedio facendo meditazione, yoga, ritiri spirituali e la prima cosa che ci dicono è: spegnete lo smartphone, state in silenzio con voi stessi”.

Lo stare da soli con se stessi è seriamente minacciato dallo strumento tecnologico che ci permette di stare collegati in ogni momento con il mondo, di parlare sempre con qualcuno, di scrivere continuamente a qualcuno. Questo ci cambia e probabilmente cambierà gli esseri umani.

“Alcuni di noi sono nati in un’epoca in cui non esisteva lo smartphone – continua Silei – e per gli scrittori di oggi è difficile scrivere di grandi avventure quando si è costantemente rintracciabili”.

Silei pone una domanda essenziale: “chi ha il diritto di parola?”.

Le nuove tecnologie hanno ampliato il diritto di parola, evidenziando anche un problema, un’intera popolazione di persone che normalmente non usava la scrittura e si esprimeva a voce adesso si trovano a dover scrivere, ma siccome non leggono questo risulta molto difficile. “Per questo motivo dunque, quando ci si ritrova nella dialettica, nella contrapposizione con l’altro scatta subito l’offesa, la violenza che è la stessa violenza e offesa del bambino che non sapendo arrivare ad esprimersi con la parola allora alza la mano e picchia.

“Io da scrittore devo pormi una domanda: che storia ha senso raccontare? Perché il diritto di parola è anche una responsabilità. Ma il vero problema è che quando sono in troppi ad avere diritto di parola, noi perdiamo il diritto di parola”.

Allora il problema del raccontare e del raccontarsi si scontra col fatto che noi come persone, come famiglie ci raccontiamo sempre di meno, perché lo spazio per raccontarci diminuisce.

“Siamo una società ricca di persone che vorrebbero parlare, ma sono pochissimi quelli che vogliono ascoltare”

Perché è importante leggere i libri in questa società e in questo momento storico? “Perché un bambino che legge è un bambino che ha dimestichezza con le storie e questo significa sapere raccontare”

Ma cosa possiamo rispondere alla domanda “io chi sono?”, da bambini bastava rispondere con il proprio nome, ma crescendo non è più sufficiente, abbiamo bisogno di un’identità, una categorizzazione.

Per dare una risposta alla domanda dell’identità, che è una domanda dei singoli, ma anche dei tanti, raccontiamo una storia. Il problema è che ormai non la raccontiamo più questa storia, ci raccontiamo di come va il mondo, ma abbiamo smesso di raccontare ai giovani che arrivano la nostra storia.

L’essere pensante è caratterizzato da una natura e un destino che si modificano in base all’idea che lui si da della sua natura e del suo destino.

“La domanda – chi sono io? – fa corto circuito con tre idee che noi abbiamo nella nostra società e sono radicatissime e pericolosissime, che stanno preparando l’infelicità futura dei nostri figli: successo, fama e ricchezza”.

Non ce ne rendiamo conto ma l’augurio che diamo ai nostri figli è di ottenere queste idee.

“Io chi sono è una domanda che è divenuta estremamente violenta, perché in una società in cui l’idea, non tanto taciuta, è quella di essere più ricco, famoso e di successo, si basa sull’essere superiori a qualcuno che ha meno di noi. Da qui la società diventa violenta. Una società in cui ho paura che l’altro prenda qualcosa a me”. Non viviamo più in una società gratificata se l’altro si eleva e mi somiglia, è una società gratificata se l’altro ha meno di me.

La domanda giusta da fare allora è un’altra, che è anche un’altra storia, “io per chi sono?”. Porre questa domanda significa cambiare completamente la prospettiva.

Non raccontando più le storie perdiamo la nostra tradizione, le nostre origini. “Ma perché sta succedendo questo? Perché non abbiamo più tempo, non abbiamo diritto di parola rispetto a tutte le cose che parlano tutti i giorni ai nostri figli”.

“Da ciò si deve capire -ha concluso Silei- quanto è importante ricominciare a raccontare le storie ai bambini, ma anche quanto è importante scegliere con attenzione le storie da raccontare”.

@VolontariatOggi

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