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	<title>VolontariatOggi.info&#187; Pace</title>
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	<description>Il webmagazine del volontariato edito dal Cnv</description>
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		<title>Gli orti di pace</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 07:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Gianni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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		<description><![CDATA[BASTIA UMBRA. Si chiama “Mille orti in Africa” l’idea partita nel 2010 da Terra Madre, una delle iniziative di punta di Slow Food. L’intento è quello di dare il via ad un migliaio di coltivazioni locali in 26 paesi del continente africano. Non si tratta però di orti qualunque. Per essere annoverati tra quelli dell’iniziativa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5066" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/P1040170.jpg"><img class="size-medium wp-image-5066" title="P1040170" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/P1040170-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Michela e Sara di Slow Food</p></div>
<p><strong>BASTIA UMBRA</strong>. Si chiama “<strong>Mille orti in Africa</strong>” l’idea partita nel 2010 da <strong>Terra Madre</strong>, una delle iniziative di punta di <strong>Slow Food</strong>. L’intento è quello di dare il via ad un migliaio di coltivazioni locali in 26 paesi del continente africano. Non si tratta però di orti qualunque. Per essere annoverati tra quelli dell’iniziativa, gli orti in questione devono infatti essere coltivati secondo i metodi dell’agricoltura biologica, in grado di garantire il massimo rispetto dell’ambiente e tipologie di produzioni autoctone. <span id="more-5065"></span>Un obiettivo ambizioso, non c’è che dire, ma tutt’altro che utopico: basti pensare che, in meno di un anno, sono già state coinvolte 206 comunità.“<em>Finora sono stati creati numerosi orti comunitari, familiari e scolastici che rispettano i parametri previsti dalla nostra campagna</em> – spiega <strong>Michela Lenta</strong> di Slow Food -. <em>Particolare importanza viene data ad un uso responsabile delle acque per l’irrigazione e all’utilizzo di sementi autoctone, evitando così l’acquisto di semi ibridi. In questo modo, cerchiamo di portare avanti un’azione che, oltre a riguardare l’aspetto agricolo ed alimentare, interessa da vicino anche quello culturale, in un’ottica di salvaguardia delle tradizioni del territorio</em>”.</p>
<p>A far da portavoce di “<strong>Mille Orti in Africa</strong>” nell’ambito del Meeting “<strong>1000 Giovani per la Pace</strong>” tenutosi il 23 e 24 settembre a Bastia Umbra è stata <strong>Sara El – Sayed</strong>, che ha fatto il punto sull’operato di <strong>Slow Food</strong> in Egitto, sua terra d’origine.</p>
<p>“<em>L’iniziativa “Mille orti in Africa”</em> – ha detto &#8211; <em>contribuisce sicuramente a quel processo di ricostruzione del Paese che si è avviato con la “Primavera Araba”. Finché infatti vigeva un regime dittatoriale, anche l’agricoltura doveva sottostare alle direttive provenienti dall’alto. Ciò si traduceva in una politica di asservimento agli interessi delle multinazionali presenti nel Paese, come Monsanto e Dupont, e in una maggior povertà per l’Egitto, sia in termini economici ,che culturali e di biodiversità. Il presente è invece molto diverso: Slow Food e Terra Madre incentivano soprattutto i giovani nel creare orti biologici e in armonia con l’ambiente in cui si inseriscono. Niente viene imposto, tutto concertato, in un’ottica di protagonismo della popolazione locale, al d là di ogni assistenzialismo</em>”.</p>
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		<title>Per una comunicazione di pace</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 07:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Gianni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5063" class="wp-caption alignleft" style="width: 290px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/corradino_mineo_280xFree.jpg"><img class="size-full wp-image-5063" title="corradino_mineo_280xFree" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/corradino_mineo_280xFree.jpg" alt="" width="280" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Il direttore di Rainews Corradino Mineo</p></div>
<p><strong>BASTIA UMBRA</strong>. Quale comunicazione di pace è possibile in un sistema informativo in cui la notizia della recente nascita del Sud Sudan non ha trovato quasi nessuno spazio presso le principali emittenti e testate nazionali? E quello del nuovo stato sudanese non è che un esempio della cecità dei media italiani in relazione a quella parte di pianeta che non sta abitualmente sotto i riflettori. È stato proprio il rapporto esistente (o inesistente) tra pace e informazione il tema al centro dell’incontro tenutosi a Bastia Umbra in occasione del meeting <strong>“1000 Giovani per la Pace”</strong> nelle giornate del 23 e 24 settembre. <span id="more-5062"></span>Tanti gli addetti ai lavori che hanno espresso il proprio parere su di un sistema mediatico che troppo spesso si disinteressa del sud del mondo, lasciando in ombra gran parte di ciò che accade al di là dei confini nazionali. O che, peggio ancora, lo chiama in causa esclusivamente quando le sue vicissitudini sono da ritenersi “cibo appetibile” da dare in pasto all’audience.</p>
<p>“<em>Mancano gli spazi adeguati nel nostro sistema mediatico per quanto riguarda il sud del mondo </em>– afferma <strong>Enzo Nucci</strong>, corrispondente Rai da Nairobi -. <em>Il rischio che inevitabilmente si corre è quello di dare un’informazione a spot. Spesso, infatti, si riesce a far passare una notizia solo quando c’è un epilogo, lasciando il pubblico all’oscuro di quanto accaduto prima, privo degli strumenti necessari per una comprensione piena della vicenda in questione. Inoltre capita spesso che, quando c’è una narrazione che ha per protagonista  la parte di Terra che sta sotto l’Equatore, si tratti sempre di una narrazione di guerra. A finire sul piccolo schermo sono solitamente gli “effetti alti”, cioè gli elementi più eclatanti e che maggiormente possono colpire l’attenzione degli spettatori. Quasi mai quelli meno spettacolari, talvolta in grado di fornire una conoscenza più completa al pubblico a casa</em>”.</p>
<p>Sulla questione si è espresso anche <strong>Corradino Mineo</strong>, direttore di Rainews.</p>
<p><em>“Per essere informatori di pace</em> – ha detto – <em>è necessario raggiungere il giusto equilibrio tra due aspetti. Da una parte c’è la professione di una scelta ideologica che possiamo definire ragionevole, vale a dire la convinzione secondo cui niente o quasi si risolve con la guerra. Sempre rimanendo fedeli ad una simile visione, è però opportuno conservare uno sguardo empirico, curioso ed aperto su ciò che ci circonda. Per far sì che la scelta ideologica non si trasformi in un modo unilaterale di guardare il mondo non si può infatti fare a meno di mantenere questo doppio binario</em>”.</p>
<p>Essere informatori di pace è quindi possibile nello scenario italiano? Attualmente, a detta di chi nel settore dei media lavora, si tratta di una sfida purtroppo non facile. Un primo passo da fare in questo senso sarebbe forse una vera e propria inversione di tendenza nella programmazione, tale da implicare un ampliamento del raggio d’azione dell’attuale sistema informativo. “<em>Aumentare gli spazi dell’informazione rispetto agli esteri </em>- suggerisce <strong>Francesco Cavalli</strong>, del <strong>Premio Ilaria Alpi</strong> -: <em>questo è in primis necessario per rendere i media veicolo di un’informazione di pace</em>”. Ma la strada da fare è, a quanto pare, ancora lunga.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.volontariatoggi.info/author/laura-gianni/" target="_blank"><strong>Laura Gianni</strong></a></p>
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		<title>Giovani in prima fila per la pace</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 10:20:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Gianni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PERUGIA. “Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Questa è la strada giusta”. Sono state prese alla lettera le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pronunciate nel messaggio di Capodanno, dalla Tavola della Pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4821" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/giovaniperugiaassisi.jpg"><img class="size-medium wp-image-4821" title="giovaniperugiaassisi" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/giovaniperugiaassisi-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Giovani in marcia per la pace (ph CATARSI_Onlus cc flickr)</p></div>
<p><strong>PERUGIA</strong>. “<em>Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Questa è la strada giusta</em>”. Sono state prese alla lettera le parole del Presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano,</strong> pronunciate nel messaggio di Capodanno, dalla <strong>Tavola della Pace</strong> e dal <strong>Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani</strong>, promotori del meeting “<em>1000 giovani per la Pace</em>”. <span id="more-4820"></span>Sono state 4 mila le adesioni pervenute per prender parte all’incontro di riflessione e progettazione che farà da preludio alla cinquantesima edizione della<strong> Marcia Perugia – Assisi</strong>. Le parole chiave della due giorni saranno pace, lavoro e futuro, temi attuali e complessi sui quali i giovani saranno chiamati a confrontarsi.</p>
<p>Ma non saranno solo gli italiani a partecipare a questo grande “laboratorio politico della società civile responsabile”. Oltre a ragazzi e ragazze provenienti da 114 città di tutte le regioni della penisola, ci saranno anche molti giovani del Mediterraneo che stanno lottando per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Verranno a Perugia dalla Siria, dall’Egitto, dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco e dal Sahara, dalla Turchia, dalla Palestina e da Israele per dar vita ad uno dei primi grandi incontri tra le due sponde del Mediterraneo dopo lo scoppio della primavera araba. Ad intervenire saranno inoltre i familiari delle vittime americane dell’11 settembre e quelli della guerra in Afghanistan. Non mancherà una rappresentanza della società civile africana che sta lottando contro la guerra e l’ingiustizia economica.</p>
<p>L’appuntamento è quindi per il<strong> 23 e 24 settembre a Umbria Fiere</strong>. Il modo migliore per aspettare la Marcia Perugia – Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli che si terrà il 25 settembre.</p>
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		<title>Tremonti e Frattini a Monaco con la Sant&#8217;Egidio. Critiche ai banchieri e alla democrazia &#8220;esportata&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 09:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MONACO DI BAVIERA. Gli incontri per la pace cambiano il mondo? “E qual’è l’alternativa?”, risponde con una domanda l&#8217;Arcivescovo di Monaco-Frisinga Cardinale Rehinard Marx al meeting promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la diocesi bavarese. A Monaco intervengono anche i ministri Giulio Tremonti (&#8220;Un errore dei governi lasciar fare le regole ai banchieri&#8221;) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4773" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/tremonti.jpg"><img class="size-medium wp-image-4773" title="tremonti" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/tremonti-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">ph. UK in Italy (cc flickr)</p></div>
<p><strong>MONACO DI BAVIERA.</strong> Gli incontri per la pace cambiano il mondo? <em>“E qual’è l’alternativa?”</em>, risponde con una domanda l&#8217;Arcivescovo di Monaco-Frisinga Cardinale <strong>Rehinard Marx</strong> al meeting promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la diocesi bavarese. A Monaco intervengono anche i ministri <strong>Giulio Tremonti</strong> (<em>&#8220;Un errore dei governi lasciar fare le regole ai banchieri&#8221;</em>) e <strong>Franco Frattini</strong> (<em>&#8220;La democrazia non si esporta&#8221;</em>). Così, mentre Marx non si fa <em>&#8220;illusioni sulla difficoltà dei processi di cambiamento&#8221; </em>e invita a non essere <em>&#8220;fatalisti, ma impegnati per la pace e la giustizia&#8221;</em>, Tremonti interviene sulla crisi. <em>&#8220;La politica </em>-ha detto il ministro del tesoro- <em>ha fatto due errori fondamentali nell’affrontare la crisi economica: ha ceduto alle banche come sistema, affidando ai banchieri la scrittura delle regole e ha pensato che si fosse di fronte ad un ciclo economico piuttosto che davanti a un cambiamento epocale&#8221;</em>. <span id="more-4772"></span></p>
<p><em>&#8220;Non siamo di fronte a una rivolta, ma ad una rivoluzione&#8221; </em>ha aggiunto <strong>Tremonti</strong> paragonando la situazione finanziaria internazionale alla Francia del 1789. Per il Ministro italiano il cambiamento è avvenuto troppo rapidamente: in soli vent’anni la visione<em> &#8220;globalizzazione, mercato e denaro, è stata capace di soppiantare quella di &#8216;liberté, egalité, fraternité&#8217;. Davanti a questa discontinuità epocale il rischio di avere davanti dei secoli bui è reale, a meno di non intervenire con prontezza&#8221;</em>. Da ultimo Tremonti ha detto che <em>&#8220;il mondo finanziario è entrato in una sorta di anomia, un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole&#8221;</em>, mentre il bene comune non può che avere alla sua base un rispetto delle regole e investimenti per servizi e beni di pubblica utilità.</p>
<p><em>&#8220;E’ stata un’illusione pensare che un partenariato di convenienza con un dittatore avrebbe garantito a noi la sicurezza&#8221;,</em> ha detto invece il ministro degli esteri <strong>Franco Frattini</strong>. <em>&#8220;Non abbiamo alternative alla convivenza&#8221;</em>, spiega. Frattini loda la Turchia<em> &#8220;che ha avuto un grande coraggio nel restituire i beni confiscati alle minoranze religiose&#8221;</em>. La libertà di religione ha una proiezione sociale forte ed è componente essenziale della democrazia. A questo riguardo il ministro ha osservato che <em>&#8220;la democrazia non si esporta&#8221;.</em></p>
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		<title>L’insostenibile pesantezza del modello dominante</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 15:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Segio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
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		<description><![CDATA[Per dirla con il sociologo Edgar Morin: «Salvarsi dalla catastrofe è improbabile, perciò ci spero» (“La Stampa”, 27 marzo 2011). È un po’ questo il senso dei colori della copertina del Rapporto sui diritti globali di quest’anno: un blu intenso e predominante ci dice delle difficoltà di un mondo alle prese con la crisi globale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3802" class="wp-caption alignleft" style="width: 205px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/06/rapportodirittiglobali2011.jpg"><img class="size-full wp-image-3802" title="rapportodirittiglobali2011" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/06/rapportodirittiglobali2011.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina del Rapporto 2011</p></div>
<p>Per dirla con il sociologo <strong>Edgar Morin</strong>: <em>«Salvarsi dalla catastrofe è improbabile, perciò ci spero»</em> (“La Stampa”, 27 marzo 2011). È un po’ questo il senso dei colori della copertina del <em>Rapporto sui diritti globali</em> di quest’anno: un blu intenso e predominante ci dice delle difficoltà di un mondo alle prese con la crisi globale, con la disumanità delle guerre, dei terrorismi e delle violazioni dei diritti, con la devastazione ambientale che sembra conoscere ripensamenti troppo lenti e timidi; ma c’è anche un punto di verde che si affaccia e reclama un’incerta speranza, che allude a un orizzonte di futuro possibile, più degno e giusto per tutti. C’è il colore cupo del cimitero liquido che inghiotte a migliaia nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia uomini, donne e bambini in fuga e c’è il pallido verde del sogno di una vita desiderabile negli interstizi della Fortezza Europa. C’è lo scuro della privazione della libertà e del domani, della fame, della sete, della rapina delle risorse, del sottosviluppo e c’è il tenue ma tenace verde della liberazione e della rivolta che s’impongono al mondo e rovesciano i tiranni.<span id="more-3799"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>L’osceno mestiere delle armi</strong></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Maghreb ci ha insegnato, giacché lo avevamo dimenticato, che ribellarsi è giusto e talvolta diviene possibile. Assieme, ci ha mostrato come, ancora e sempre, le grandi nazioni, l’Europa e le organizzazioni mondiali siano incapaci d’interposizione positiva e scelgano sempre la scorciatoia (spesso interessata) dell’intervento militare. La guerra è una moneta che non va mai fuori corso. Anche in quest’anno l’abbiamo vista all’opera con le consuete -e micidiali- caratteristiche in Iraq, in Afghanistan e, ora, in Libia; oltre che nei tanti focolai e incendi minori sparsi per il mondo e, in particolare, nel continente africano.</p>
<p>Il Novecento, secolo breve e insanguinato, ha traghettato nel nuovo millennio inalterate volontà di potenza e strumenti bellici più raffinati ma non meno mortiferi. Strumenti più raffinati non tanto in virtù dei giganteschi progressi (meglio in questo caso sarebbe definirli regressi) tecnologici: non più guerre di uomini contro uomini, di soldati contro soldati, ma cinici e oltremodo distruttivi war games truccati dall’inizio, proprio come per la «pistola fumante» di Saddam Hussein; quanto per la cortina fumogena e propagandistica con la quale se ne sono oscurati totalmente gli effetti, con la macelleria scomparsa dai video e occultata dall’informazione embedded, nobilitata dalla vergognosa retorica di certi editorialisti e dal doloso rovesciamento di senso delle parole, che definisce umanitari la distruzione e l’eccidio. Alla violenza delle armi si intreccia così, sapientemente, quella della torsione della verità. Violenta e vile anch’essa.</p>
<p>Che la guerra sia cinica e che le parole tentino di mascherarne la vera essenza e la cruda sostanza, del resto, non è storia di oggi. Alle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945 erano stati dati i vezzosi nomignoli di Little Boy e Fat Man. I morti furono oltre mezzo milione, tra quanti morirono subito e quanti in seguito, per effetto delle radiazioni. Praticamente tutti civili. Una strage forse più infame delle tante altre, poiché non motivata da strette esigenze belliche quanto dalla volontà di testare le nuove armi e di ammonire l’alleato-nemico sovietico. Un esperimento in corpore vili, come si dice, ma in questo caso la viltà stava in chi premette quei pulsanti e ancor di più in chi decise che venissero premuti. Per quell’immane crimine non ci fu nessuna Norimberga. I vincitori, oltre che la propria forza e il nuovo ordine, impongono difatti anche la nuova morale e il proprio diritto.</p>
<p>Allo stesso modo, ieri e oggi nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, si testano nuovi armamenti e si smaltiscono i vecchi arsenali obsoleti, così da poterli nuovamente ricostituire ammodernati; costa difatti meno smaltirli impiegandoli sul campo: la vita umana, fatta diventare merce, è quella che vale meno di tutte. La guerra odierna delle grandi potenze è, eminentemente, “esternalizzata”: aggressione di privati armati (mercenari nobilitati con il nome di contractor) contro civili disarmati (mistificati con il marchio di terroristi, il più delle volte a torto). Guerra dell’Occidente contro i Sud del mondo. Guerra delle multinazionali per l’apertura di nuovi mercati. Guerra di governi e coalizioni mossi dalla necessità di garantirsi accesso a risorse energetiche e materie prime strategiche. Addirittura, guerra scatenata semplicemente dalla necessità di rinverdire la propria immagine per fini elettorali e di consenso, come nell’accelerazione imposta da Nicolas Sarkozy all’intervento e ai bombardamenti dei “volenterosi” (sic!) in Libia.</p>
<p>In quei giorni, mentre persino “grandi vecchi” della sinistra italiana appoggiavano l’intervento bellico contro Muammar Gheddafi, la parola più appropriata l’ha pronunciata, e tra i pochi, un ministro leghista: neocolonialismo. Nel caso di Roberto Calderoli si è trattata di una forma, assai poco credibile, di razzismo-pacifismo. Ma non di meno il termine utilizzato appare pertinente. La guerra ha assunto (o, più probabilmente, ha sempre costitutivamente avuto) la fisionomia propria della finalizzazione colonialista, vale a dire del depredamento di risorse e ricchezze, ora con particolare centralità di quelle energetiche, di posizionamento e di protezione di interessi geostrategici. Quando possibile, ciò avviene attraverso un combinato disposto di macrospeculazioni finanziarie e di azione convergente di Banche centrali, governi e istituzioni sovranazionali. Illuminante di questa tecnica (solo in apparenza priva di effetti letali) il caso della Grecia, dove dietro alla facciata degli “aiuti”, è passata la subordinazione del presente e del futuro di quel Paese a decisioni esterne e sinanche il pregiudizio di sue porzioni di territorio, poste a pegno della (impossibile) restituzione del debito, laddove peraltro il credito è cedibile a terzi. Quando, per ragioni diverse, il “colonialismo dolce” non può avanzare in punta di deliberati finanziari e di subordinazione di esecutivi e leadership locali agli interessi delle corporation, si torna ai più antichi e collaudati sistemi, alla punta delle baionette, vale a dire all’occupazione fisica, come in Iraq e Afghanistan o ai protettorati e ai “governi-fantoccio” a presidio e garanzia degli interessi occidentali. Esemplare al riguardo il ruolo e la diretta ingerenza avuti dalla Francia, ad aprile 2011, nella crisi interna della Costa d’Avorio, ex colonia dove gli interessi francesi sono tuttora assai cospicui, sino alla cattura e deposizione del “presidente illegittimo” e divenuto sgradito Laurent Gbagbo.</p>
<p>Anche qui, poco di nuovo: le politiche del bastone e della carota, dei governi amici, dei golpe e dell’intervento militare sono gli strumenti utilizzati nel corso del Novecento nel risiko planetario dalle due superpotenze di allora, dagli USA nel “cortile di casa” latino e centro americano e dall’URSS nell’Est Europa e da entrambe in Africa, Medio Oriente e Asia.</p>
<p>Ora i rovesciamenti, traumatici o “dolci”, dell’ordine esistente non si chiamano più golpe o guerre coloniali ma con gli ossimori “guerre umanitarie” o “missioni militari di pace”: le intenzioni e i risultati non sono dissimili. La differenza è che a quel tempo gli interessi perseguiti erano quelli, appunto, di potenza degli Stati che si erano divisi il mondo; oggi sono eminentemente quelli delle grandi multinazionali. D’altra parte, è forse necessario anche qui provare a riportare le parole al loro reale significato. Appare, in effetti, arduo considerare e definire come guerra la pratica dei bombardamenti aerei, che è divenuta la costante. A rischio zero per chi la compie e oltremodo devastante per chi ne è vittima. Persino il terrorismo comporta rischi e conseguenze per i suoi autori. In questo caso, invece, la sproporzione è evidente. Non c’è qui bellum né duellum, non c’è neppure l’osceno mestiere delle armi: c’è solo la supremazia dei missili e dei sistemi elettronici, degli investimenti multimiliardari dei governi e degli immani profitti delle lobby transnazionali. La definizione appropriata di tutto ciò sarebbe quella di stragismo su vasta scala.</p>
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<li><strong>La catena di montaggio della morte</strong></li>
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<p>Secondo i dati dell’osservatorio mensile sulle vittime dei conflitti, pubblicati nel nuovo periodico di Emergency, <em>“E &#8211; il mensile”</em>, solo dal 10 febbraio al 10 marzo 2011 vi sono state 2.544 vittime disseminate in 20 Paesi. In testa alla triste lista l’Afghanistan, con 550 morti e il Pakistan con 404. La Libia ancora non era conteggiata. Si tratta di cifre sicuramente inferiori alla realtà, poiché provenienti solo dalle rilevazioni sul campo di organizzazioni umanitarie e da fonti di stampa, ma sufficienti a fare comprendere gli effetti delle ingerenze umanitarie e degli squilibri mondiali. Vale anche qui il cinico rovesciamento della realtà e del nome delle cose. “Missioni di pace”, invocate in nome della difesa delle popolazioni civili dalle violenze di satrapi e dittatori, si sono regolarmente (e inevitabilmente: di questo occorrerebbe che si rendessero conto i sostenitori in buona fede dell’intervento in Libia o, prima, in Bosnia) tradotte in una crescita esponenziale proprio di quel genere di vittime. Relativamente all’Afghanistan, nel solo 2010, le organizzazioni umanitarie hanno registrato 2.777 vittime civili, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente (ma per i bambini la crescita delle morti è stata addirittura del 66%). Di almeno 440 di queste vittime sono responsabili le forze di sicurezza afghane e le truppe internazionali “di pace”.</p>
<p>Ancora più grave il quadro dell’Iraq, dove il bilancio di Iraq Body Count dall’inizio del conflitto nel 2003 all’aprile 2011 indica in oltre 100.000 le morti civili. Sicuramente neppure Saddam Hussein, con lo sterminio dei kurdi e degli oppositori, sarebbe riuscito a tanto. Pure l’Italia ha fatto la sua parte, spendendo peraltro in questa guerra sinora oltre tre miliardi di euro. Certo assai meno degli USA, il cui budget 2011 per la Difesa (che sarebbe invece proprio chiamare spesso per l’Offesa) è di 725 miliardi di dollari, di cui circa 200 per le missioni in Afghanistan e Iraq.</p>
<p>La guerra, insomma, oltre a non essere mai giusta e mai necessaria, non difende i civili, ma contribuisce a ucciderli e a esporli ancora di più alla spirale della violenza. Sono altri gli strumenti. Ma il gioco, ormai collaudato, è quello di lasciare degenerare a tal punto la situazione che non si rendano più praticabili soluzioni politiche e diplomatiche, di interposizione e pressione, di mediazione e trattativa. Allora si dice: non c’è altra soluzione dell’intervento militare. Invece, le soluzioni alternative c’erano e ci sono sempre. Basta porsi in quell’ottica e zittire le pressioni interessate delle lobby. E magari destinare alle alternative anche solo una piccola parte della montagna di risorse economiche impiegate per le opzioni belliche.</p>
<p>Del resto, al di là di ogni valutazione nel merito e dei possibili -e anzi necessari- distinguo, è paradossale che il premio Nobel per la pace sia stato assegnato al presidente di uno Stato mentre questi era in guerra su più fronti. E&#8217; anche questa distanza tra le cose e il nome a esse attribuito dall’opinione e dalla morale dominante che determina l’esteso e crescente -preoccupante sotto il profilo democratico- sentimento di repulsa per la politica.</p>
<p><em><strong>* Sergio Segio è il coordinatore del &#8220;Rapporto sui diritti globali 2011&#8243;</strong></em><br />
<em>(scarica l&#8217;<a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/06/introduzione_rapporto1.pdf" target="_blank">introduzione completa</a>)</em></p>
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		<title>Feriti di guerra all&#8217;ospedale di Emergency a Misurata</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 08:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3621" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/06/emergencylibia.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3621" title="emergencylibia" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/06/emergencylibia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Emergency in Libia</p></div>
<p>Allo Zarrok Field Hospital di Misurata, i medici di Emergency prestano assistenza ai feriti che arrivano dai luoghi di combattimento fuori città. Tra i pazienti ricevuti ieri, Faraj, un uomo di 53 anni con un proiettile nel braccio destro; Faisal, 28 anni, con lesioni alla spalla sinistra, all&#8217;omero e al cranio; Dhafer, 18 anni, colpito da due schegge, una al volto e l&#8217;altra al gomito destro; Mustafa Ali, 27 anni, ferito al gomito sinistro da una scheggia. Il team di Emergency -composto da un chirurgo, un&#8217;anestesista, tre infermieri, di cui uno di sala operatoria, e un logista- lavora in un ospedale da campo, situato nella zona di Zarrok, dotato di pronto soccorso, una sala operatoria, una corsia da 50 posti letto, due letti in terapia intensiva, laboratori e sala radiologica. Emergency ha la gestione diretta dell&#8217;ospedale, dove lavorano anche medici e infermieri nazionali. Dal 26 maggio il team di Emergency garantisce assistenza alle vittime della guerra e si occupa della formazione del personale nazionale in collaborazione con le altre strutture sanitarie presenti a Misurata. La situazione a Misurata è in continua evoluzione ed Emergency sta valutando possibili sviluppi del suo intervento in base ai nuovi bisogni della popolazione. I medici di Emergency avevano dovuto lasciare la città lo scorso 25 aprile, quando l&#8217;ospedale presso cui lavoravano dal 10 aprile era diventato un bersaglio dei combattimenti e non potevano essere garantite le condizioni minime per la sicurezza dei pazienti e degli operatori umanitari. Per sostenere Emergency in Libia <a href="http://www.emergency.it/form/donazioni_speciali/index.php?trk=01" target="_blank">clicca qui</a>.</p>
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