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	<title>VolontariatOggi.info&#187; Pil</title>
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	<description>Il webmagazine del volontariato edito dal Cnv</description>
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		<title>Imposta sulle transazioni finanziarie in tutta Europa. Così la Commissione sfida la crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 08:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[BRUXELLES. La Commissione europea ha presentato una proposta destinata a introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie in tutti i 27 stati membri dell’Unione europea. L&#8217;imposta si applicherebbe a tutte le transazioni di strumenti finanziari tra enti finanziari per le quali almeno una controparte della transazione abbia sede all’interno dell’Ue. Lo scambio di azioni e obbligazioni sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5072" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/europa.jpg"><img class="size-medium wp-image-5072" title="europa" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/europa-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a><p class="wp-caption-text">ph. loungerie</p></div>
<p><strong>BRUXELLES.</strong> La Commissione europea ha presentato una proposta destinata a introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie in tutti i 27 stati membri dell’Unione europea. L&#8217;imposta si applicherebbe a tutte le transazioni di strumenti finanziari tra enti finanziari per le quali almeno una controparte della transazione abbia sede all’interno dell’Ue. Lo scambio di azioni e obbligazioni sarebbe tassato con un’aliquota dello 0,1%, mentre per i derivati il tasso sarebbe dello 0,01%. In tal modo sarebbe possibile riscuotere un gettito di 57 miliardi di euro ogni anno. La Commissione ha proposto che l’imposta entri in vigore il primo gennaio 2014. <span id="more-5071"></span></p>
<p>La decisione di proporre una nuova imposta sulle transazioni finanziarie ha una duplice motivazione. <em>&#8220;Innanzitutto</em> -spiega la Commissione- <em>questa imposta farebbe sì che il settore finanziario fornisca il giusto contributo per far fronte ai costi della crisi economica, di cui è peraltro concausa, in un contesto di risanamento di bilancio negli Stati membri. Il peso delle imponenti misure di salvataggio del settore finanziario a carico del contribuente è stato sopportato dalle amministrazioni pubbliche e in generale dai cittadini europei. Inoltre attualmente il settore finanziario è meno tassato rispetto ad altri. L’imposta genererebbe un gettito fiscale supplementare del settore finanziario a sostegno delle finanze pubbliche&#8221;</em>.</p>
<p>In secondo luogo, prosegue la Commissione, <em>&#8220;un approccio coordinato a livello Ue contribuirebbe a rafforzare il mercato unico dell’Unione. Ad oggi dieci Stati membri hanno già introdotto, seppur in forme diverse, un’imposta sulle transazioni finanziarie. La proposta prevede l’introduzione di nuove aliquote fiscali minime e l’armonizzazione delle relative disposizioni fiscali in seno all’UE. L’imposta contribuirà in tal modo a ridurre le distorsioni della concorrenza nel mercato unico, scoraggerà attività di negoziazione ad alto rischio e integrerà gli interventi di regolamentazione volti a prevenire future crisi. Un’imposta sulle transazioni finanziarie a livello UE rafforzerebbe la posizione dell’UE, favorevole alla promozione di norme comuni per l’introduzione di un’imposta analoga a livello mondiale, in particolare tramite la piattaforma del G20&#8243;</em>.</p>
<p>Il gettito dell’imposta sarebbe condiviso tra Ue e Stati membri. Parte dell’imposta sarebbe impiegata come risorsa propria dell’Ue, riducendo così in parte i contributi nazionali.<em> &#8220;Gli Stati membri</em> -fa sapere la Ce- <em>avrebbero la facoltà di incrementare i propri introiti applicando un tasso più elevato alle transazioni finanziarie&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Con la sua proposta l&#8217;Unione europea</em> -ha detto <strong>Algirdas Šemeta</strong>, commissario per la Fiscalità e l’unione doganale, l&#8217;audit interno e la lotta antifrode- <em>assumerà il ruolo di precursore nell’applicazione globale di un’imposta sulle transazioni finanziarie. Il nostro progetto è solido e concreto. Sono fermamente convinto che quest’imposta possa soddisfare le aspettative dei cittadini europei, chiedendo un giusto contributo al settore finanziario. Sono fiducioso sul fatto che i nostri partner in seno al G20 riconoscano l’utilità di questo percorso&#8221;</em>.</p>
<p>In seguito alla crisi, il debito pubblico in tutti e 27 gli Stati membri dell’Ue è balzato dal 60% del Pil nel 2007 all’80% negli anni successivi. Il settore finanziario ha goduto di un importante sostegno finanziario a livello governativo. Durante la crisi gli Stati membri dell’Ue hanno stanziato 4.600 miliardi di euro per misure di salvataggio in favore del settore finanziario, che negli ultimi anni ha beneficiato anche di una tassazione ridotta. Il settore finanziario può contare su un vantaggio fiscale di circa 18 miliardi di euro all’anno in ragione dell’esenzione dei servizi finanziari dal pagamento dell’Iva. Una nuova imposta nel settore finanziario farebbe sì che gli enti finanziari partecipino ai costi della ripresa economica e scoraggino il trading ad alto rischio e scarsa produttività.</p>
<p>L’imposta sulle transazioni finanziarie mira a tassare l’85% delle transazioni finanziarie tra enti finanziari, mentre cittadini e imprese sarebbero esenti da tale imposta. I prestiti ipotecari, i prestiti bancari, i contratti di assicurazione e altre attività finanziarie tipicamente svolte da persone fisiche o da piccole imprese non rientrano nell’ambito di applicazione della proposta.</p>
<p>La Commissione ha iniziato a valutare l’ipotesi di tassare il settore finanziario a livello di Ue già da diversi anni. Il 29 giugno 2011, nell’ambito del quadro finanziario pluriennale, la Commissione ha annunciato l’intenzione di proporre l’istituzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie come risorsa propria per il bilancio dell’Ue (IP/11/799, MEMO/11/468). La decisione è stata presa in seguito a un’analisi dei diversi strumenti fiscali volti ad una partecipazione del settore finanziario alla ripresa dell’economia dell’Ue. Parallelamente, fin dal 2009 la Commissione ha preso in esame le modalità per introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie a livello mondiale con i suoi partner internazionali in seno al G20.</p>
<p>La proposta sarà discussa dagli Stati membri nel quadro del Consiglio dei ministri dell’Ue, mentre la Commissione parteciperà al vertice del G20 previsto per novembre.</p>
<p><strong>Leggi il testo integrale della proposta e lo studio che analizza i diversi strumenti fiscali: <a href="http://ec.europa.eu/taxation_customs/taxation/other_taxes/financial_sector/index_en.htm" target="_blank">link</a></strong><br />
<strong>Sito web di Algirdas Šemeta, commissario UE per la Fiscalità e l’unione doganale: <a href="http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/semeta/index_en.htm" target="_blank">link</a></strong></p>
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		<title>Sanità toscana, Scaramuccia lancia allarme: &#8220;il problema non è la spesa, ma la tenuta&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 15:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Testa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[Cesvot]]></category>
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		<description><![CDATA[MONTECATINI TERME. E&#8217; di origini piemontesi, ma dimostra di aver imparato a conoscere bene la Toscana. Daniela Scaramuccia è nata a Ivrea e cresciuta a Tavagnasco. Oggi è assessore alla salute della Regione governata da Enrico Rossi. Intervenendo al seminario &#8220;Volontariato e politiche di welfare in Toscana&#8221; promosso da Cesvot -avrebbe dovuto esserci anche il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4964" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/volwelfare5.jpg"><img class="size-medium wp-image-4964" title="volwelfare5" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/09/volwelfare5-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a><p class="wp-caption-text">Scaramuccia, Corsinovi e Petrucci</p></div>
<p><strong>MONTECATINI TERME.</strong> E&#8217; di origini piemontesi, ma dimostra di aver imparato a conoscere bene la Toscana. <strong>Daniela Scaramuccia</strong> è nata a Ivrea e cresciuta a Tavagnasco. Oggi è assessore alla salute della Regione governata da <strong>Enrico Rossi</strong>. Intervenendo al seminario &#8220;Volontariato e politiche di welfare in Toscana&#8221; promosso da Cesvot -avrebbe dovuto esserci anche il governatore Rossi, che si giustifica- lusinga il volontariato e lancia l&#8217;allarme: <em>&#8220;non si può andare avanti così&#8221;</em>. <span id="more-4957"></span></p>
<p><em>&#8220;Della Toscana mi ha colpito il volontariato, così ben radicato. Un elemento che è parte determinante della realtà locale&#8221;</em>, aggiunge la Scaramuccia. <em>&#8220;Si tratta di una ricchezza che è anche peculiarità della regione. Il volontariato? E&#8217; parte integrante del nostro sistema. Ma siamo di fronte a un cambiamento epocale: il nostro problema non è il costo dei servizi, bensì il Pil. I soldi non ci sono&#8221;. </em></p>
<p>L&#8217;assessore ricorda come il sistema sanitario nazionale sia fra i più economici al mondo.<em> &#8220;Quindi il problema non è la spesa, e neppure la crescita. Ora il problema è la &#8216;tenuta&#8217;. Abbiamo una rete familiare, sociale e di volontariato che mantiene accettabile la situazione. Ma non crogioliamoci sugli allori&#8221;</em> spiega la Scaramuccia alle associazioni toscane. <em>&#8220;Quest&#8217;anno abbiamo per la prima volta meno risorse dell&#8217;anno precedente. Il sanitario, insieme al volontariato, diventa poi il collettore di tutti i problemi di cui nessuno riesce a farsi carico. Il problema è serio&#8221;</em>.</p>
<p>Per la Scaramuccia <em>&#8220;non si può andare avanti cosi. I tagli ripetuti stanno &#8216;fiaccando&#8217; le nostre possibilità. E&#8217; la rete sociale che fa la differenza. Non credo nella definizione delle priorità. Almeno in questo settore. Sono consapeole di un possibile miglioramento </em>-aggiunge- <em>ma è importante lavorare insieme. Sono due le barriere da superare: la fiducia reciproca fra volontariato e istituzioni e la capacità di mettersi in discussione&#8221;</em>.</p>
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		<title>Donne, scelta miope tagliare il welfare</title>
		<link>http://www.volontariatoggi.info/2011/08/05/donne-scelta-miope-tagliare-il-welfare/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 08:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Cecilia Guerra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Coesione sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo sviluppo a cui tendere non deve guardare solo alla crescita del Pil, ma al più generale benessere delle persone, uomini e donne, e alla sua distribuzione. In quest’ottica sono tanti i motivi per i quali lo sviluppo ha bisogno di investimenti in tutti i campi del welfare. Il welfare può fornire strumenti di protezione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4416" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/08/updown.jpg"><img class="size-medium wp-image-4416" title="updown" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/08/updown-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">ph. Visentico / Sento (cc flickr)</p></div>
<p>Lo sviluppo a cui tendere non deve guardare solo alla crescita del Pil, ma al più generale benessere delle persone, uomini e donne, e alla sua distribuzione. In quest’ottica sono tanti i motivi per i quali lo sviluppo ha bisogno di investimenti in tutti i campi del welfare. Il welfare può fornire strumenti di protezione, come gli ammortizzatori sociali, che permettano e accompagnino un uso più flessibile, e potenzialmente più produttivo, del lavoro, e rendano socialmente, oltre che individualmente, meno drammatica l’esclusione, temporanea, dal mondo produttivo. <span id="more-4415"></span></p>
<p>L’investimento in istruzione, a tutti i livelli, non dà solo vantaggio a chi la riceve, ma si riflette sulla collettività, favorendo l’innovazione e creando un contesto sociale più civile e progredito.</p>
<p>E ancor di più, è proprio nell’ambito dei servizi sociali e del welfare in generale che si possono trovare parte di quelle opportunità di riorientamento dell’offerta produttiva che la crisi economica ha reso necessarie. Le tendenze demografiche, che riguardano sia l’invecchiamento della popolazione sia i processi migratori, la spinta al miglioramento della qualità della forza lavoro e la necessità/opportunità di una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro stanno infatti modificando significativamente la composizione della domanda delle famiglie. Essa sarà sempre più rivolta a servizi di cura, sanità, istruzione, social housing. Si tratta di domanda, quindi di mercati, su cui è importante investire. Tagliare le spese di welfare è una scelta miope. Non significa “risparmiare”, significa solo fare riemergere come costo privato un costo che ora è sostenuto dalla collettività nel suo complesso.</p>
<p>Ma la risposta privata non sempre è più efficiente (si pensi al caso della sanità negli Stati Uniti), non tiene conto delle ricadute collettive dell’investimento individuale, rischiando quindi di essere sottodimensionata, e sicuramente non è equa, in quanta soddisfa in modo dignitoso solo i bisogni di chi può permetterselo, mettendo a rischio la coesione sociale.</p>
<p>Finalizzare parte della crescita allo sviluppo dei settori di welfare in cui è alta la domanda, e mantenerne la funzione di regia e la responsabilità ultima in mano pubblica, non significa affatto escludere la produzione privata. Al contrario, in questi settori le imprese possono trovare occasioni importanti di progresso tecnico e organizzativo in cui investire con profitto. Investire nei servizi alla persona, in cui è alta l’intensità di manodopera, significa inoltre creare occupazione. Un processo che deve essere accompagnato dalla formazione di figure professionali adeguate.</p>
<p>E’ importante essere consapevoli che il lavoro domestico e la cura dei bambini e degli anziani sono attività essenziali per la sostenibilità dei processi di vita e di lavoro di donne e uomini e per il loro benessere. Di tutto ciò si sono tradizionalmente occupate le donne, che ancora svolgono in Italia, secondo i dati dell’Istat, il 72% di questo lavoro non pagato. Investire nel welfare significa, dunque, anche investire in politiche di conciliazione fra lavoro di cura e lavoro di mercato, che responsabilizzino e coinvolgano pure i maschi. Ciò serve a evitare che il lavoro di cura continui ad essere di ostacolo all’inserimento sul mercato del lavoro e alla realizzazione del proprio progetto di vita per le donne, oltre che a incidere fortemente sulle scelte di procreazione e, quindi, sulla felicità che ne deriva per maschi e femmine. Tutti temi cruciali per uno “sviluppo umano”.</p>
<p><em>(l’Unità, 31 luglio 2011)</em></p>
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		<title>Lavoro: allarme disoccupazione al Sud, giovani a rischio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 16:44:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ROMA. Anche quest&#8217;anno è allarme disoccupazione. L&#8217;economia italiana è troppo debole per imprimere una svolta alla domanda di lavoro: a fronte di una crescita fra lo 0.5 e l&#8217;1% del Pil, le unità di lavoro nel 2011 registreranno ancora una flessione e il tasso di disoccupazione potrebbe salire ancora per qualche trimestre. E&#8217; quanto emerge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4376" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/08/lavoro.jpg"><img class="size-medium wp-image-4376" title="lavoro" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/08/lavoro-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">ph. Speshul Ted (cc flickr)</p></div>
<p><strong>ROMA.</strong> Anche quest&#8217;anno è allarme disoccupazione. L&#8217;economia italiana è troppo debole per imprimere una svolta alla domanda di lavoro: a fronte di una crescita fra lo 0.5 e l&#8217;1% del Pil, le unità di lavoro nel 2011 registreranno ancora una flessione e il tasso di disoccupazione potrebbe salire ancora per qualche trimestre. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;analisi contenuta nel Rapporto del Cnel sul &#8220;Mercato del lavoro 2010-2011&#8243;, presentata nei giorni scorsi a Villa Lubin, e secondo la quale sarebbe <em>&#8220;urgente spostare l&#8217;enfasi dalle politiche passive a sostegno del reddito dei lavoratori disoccupati verso misure che incentivino il rientro nel circuito produttivo dei lavoratori che hanno perso il posto&#8221;</em>. <span id="more-4375"></span></p>
<p>Il rischio che si corre è la persistenza del lavoratore nello stato di disoccupato, preludio alla formazione di disoccupazione strutturale. L&#8217;Italia sta uscendo molto lentamente dalla crisi e il quadro macroeconomico del 2011 non garantisce il recupero dei posti di lavoro persi. Il rischio disoccupazione riguarda soprattutto i giovani: si aggrava infatti il fenomeno dei <em>neet</em> (not in education or training nor in employment), cioè coloro che risultano fuori dal mercato del lavoro e che non sono impegnati in un processo di formazione.</p>
<p>Se prima della crisi il tasso di neet si aggirava attorno al <strong>16% tra i più giovani</strong> (16-24 anni) e al <strong>24% tra i giovani adulti</strong> (25-30 anni), tali percentuali sono rapidamente aumentate, salendo rispettivamente al 18,6 e al 28,8% nel terzo trimestre del 2010. La crisi aggrava le probabilità dei giovani di restare nella condizione di neet, così come aumenta in modo preoccupante lo &#8220;scoraggiamento&#8221; di chi addirittura rinuncia a cercare lavoro.</p>
<p>La recessione ha inoltre inciso sul passaggio dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato: prima della crisi quasi il 31% dei giovani con contratto temporaneo passavano l&#8217;anno successivo a un lavoro permanente, percentuale scesa ora a poco più del 22%.</p>
<p>Riguardo alla formazione si osserva che sebbene i laureati siano più facilitati se il titolo coincide con la domanda di lavoro, resta ampio e crescente il fenomeno dell&#8217;overeducation, dato anche che le minori opportunità professionali aumentano la disponibilità dei laureati ad accettare lavori che richiedono livelli d&#8217;istruzione più bassi.</p>
<p>Rispetto alla dimensione territoriale nel 2010-2011 prosegue senza interruzione la caduta dell&#8217;<strong>occupazione nel Mezzogiorno</strong>. La crisi ha aumentato ancora la distanza tra Nord e Sud e parte del calo dell&#8217;occupazione meridionale si è tradotto in un aumento dei trasferimenti nel Centro-Nord. Contano solo in parte le differenze nei tassi di crescita delle due aree: nel corso della crisi la fragilità del tessuto produttivo meridionale ha anche comportato maggiori perdite occupazionali a parità di flessione del prodotto.</p>
<p>Difatti, nel triennio 2008-2010 la variazione cumulata del Pil al centro-Nord non va molto meglio che al Sud (-4,8% e -5,9% rispettivamente nelle due aree), ma la dimensione delle perdite occupazionali nelle due aree è molto diversa: a inizio 2011 rispetto al punto di massimo di inizio 2008, la perdita di occupati al Sud era del 5%, al Nord dell&#8217;1.5%. D&#8217;altro canto la dimensione della disoccupazione al Sud è comunque contenuta dai fenomeni di scoraggiamento che hanno spinto molti lavoratori ad interrompere le azioni di ricerca, finendo classificati fra gli inattivi. Quindi, se si includessero nella definizione di disoccupati anche gli inattivi potenzialmente attivi si otterrebbe un aumento del tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno, pari al 24,5%.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;<strong>occupazione femminile</strong>, nel 2011 il divario di genere si è ampliato a causa del sottoutilizzo del capitale umano, dato che è aumentata, più di quanto osservato per gli uomini, la quota di occupate con un impiego che richiede una qualifica inferiore a quella posseduta. L&#8217;occupazione femminile cresce invece nei servizi ad alta intensità di lavoro e a bassa qualificazione (in seguito anche alle massicce regolarizzazioni che negli ultimi hanno riguardato le donne straniere prevalentemente impiegate nei servizi di cura e assistenza alle famiglie), accentuando la segregazione femminile in questo segmento del mercato del lavoro, mentre è caduta l&#8217;occupazione qualificata.</p>
<p>In relazione agli immigrati, il Rapporto del Cnel sottolinea che nell&#8217;ultimo biennio la componente straniera è stata fondamentale nel contenere la contrazione dell&#8217;occupazione complessiva: tra il 2008 e il 2010 il numero di stranieri è infatti aumentato di 330 mila nuovi occupati, che hanno compensato parte del calo del numero di occupati italiani (863 mila in meno nello stesso periodo). Va però rilevato che l&#8217;aumento del numero di occupati immigrati è da ricondurre essenzialmente alla crescita demografica e ai ritardi nella regolarizzazione dei permessi di soggiorno per lavoro, e non ad una migliore occupabilità degli stranieri. Al contrario, il tasso di occupazione degli stranieri in Italia si è ridotto notevolmente negli ultimi due anni in misura nettamente più marcata di quanto osservato invece per gli italiani, sebbene resti su livelli più elevati. Anche il numero di disoccupati stranieri è aumentato sensibilmente negli anni della crisi e in misura largamente superiore a quanto sperimentato dalla componente italiana.</p>
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		<title>Eurobarometro: sono quasi 100 milioni i volontari in Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 21:26:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ROMA. Il contributo del volontariato alla formazione del Prodotto interno lordo dei paesi dell&#8217;Unione europea varia tra lo 0,5% e oltre il 5%. Da 92 a 94 milioni di adulti (nel corso della tappa italiana dell&#8217;Aev 2011 si è parlato di 100 milioni di persone) sono coinvolti in attività di volontariato nell&#8217;Unione europea (il 23% [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4160" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/07/gente.jpg"><img class="size-medium wp-image-4160" title="gente" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/07/gente-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">ph. niko.chan (cc flickr)</p></div>
<p><strong>ROMA.</strong> Il contributo del volontariato alla formazione del Prodotto interno lordo dei paesi dell&#8217;Unione europea varia tra lo 0,5% e oltre il 5%. Da <strong>92 a 94 milioni</strong> di adulti (nel corso della tappa italiana dell&#8217;Aev 2011 si è parlato di 100 milioni di persone) sono coinvolti in attività di volontariato nell&#8217;Unione europea (il 23% di tutti i cittadini europei di età superiore ai 15 anni). Nella maggioranza dei paesi, i volontari più attivi sono quelli occupati. Esiste anche un legame tra il grado di istruzione e la propensione al volontariato: è più probabile che le persone meglio istruite si dedichino al volontariato. Sono alcuni dei dati Eurobarometro 73, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell&#8217;opinione pubblica in tutti gli Stati membri e nei paesi candidati. <span id="more-4159"></span></p>
<p>Le attività di volontariato si svolgono in molti settori differenti. In oltre la metà dei paesi dell&#8217;Unione europea, la maggior parte dei volontari è attiva nel campo dello sport, dell&#8217;esercizio fisico e delle attività all&#8217;aperto. Altri ambiti diffusi sono la previdenza sociale e la sanità, le organizzazioni religiose e caritatevoli, le organizzazioni culturali, il divertimento e il tempo libero, le organizzazioni educative, la formazione e la ricerca.</p>
<p>Benché circa il 23% dei cittadini europei di età superiore ai 15 anni sia impegnato in attività di volontariato, le statistiche suggeriscono che vi sono grandi differenze nel livello di volontariato tra i paesi membri dell&#8217;Unione europea. Comunque, ogni Stato presenta una diversa definizione di volontariato e delle relative modalità di misura, sicché è assai difficile effettuare dei confronti a livello internazionale.</p>
<p>Anche se non sono disponibili dati di confronto internazionale sul volontariato, negli ultimi 10 anni si è registrata una tendenza generale all&#8217;aumento del numero dei volontari attivi e delle organizzazioni di volontariato nell&#8217;Unione europea.</p>
<p>In materia di volontariato, non esistono a livello comunitario leggi specifiche, principalmente a fronte della diversa natura del volontariato e della complessità e diversità del settore del volontariato negli Stati dell&#8217;Unione europea.</p>
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		<title>Badanti, ora sono 1,4 milioni. Più 25% dal 2008</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 20:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Anap]]></category>
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		<category><![CDATA[Badanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giampaolo Palazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Pil]]></category>
		<category><![CDATA[Welfare]]></category>

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		<description><![CDATA[ROMA. &#8220;Aumenta il bisogno di badanti e colf tra le famiglie italiane. Il loro numero, negli ultimi cinque anni, è cresciuto del 25%. Sommando ai 664.785 lavoratori domestici individuati dall’Istat nel 2008, una consistente quota di sommerso, il loro numero si attesterebbe a oltre 1.400.000 unità&#8221;. Il presidente dell’Associazione nazionale anziani e pensionati (Anap) di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4143" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/07/badante.jpg"><img class="size-medium wp-image-4143" title="badante" src="http://www.volontariatoggi.info/wp-content/uploads/2011/07/badante-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">ph. ascaro41 (cc flickr)</p></div>
<p><strong>ROMA.</strong> <em>&#8220;Aumenta il bisogno di badanti e colf tra le famiglie italiane. Il loro numero, negli ultimi cinque anni, è cresciuto del 25%. Sommando ai 664.785 lavoratori domestici individuati dall’Istat nel 2008, una consistente quota di sommerso, il loro numero si attesterebbe a oltre 1.400.000 unità&#8221;</em>. Il presidente dell’Associazione nazionale anziani e pensionati (Anap) di Confartigianato, <strong>Giampaolo Palazzi</strong>, commenta un’elaborazione statistica prodotta dall’Ufficio studi di Confartigianato, individuando la ragione dell’incremento del fenomeno “badantato” nello sbilanciamento della spesa pubblica a favore delle pensioni, piuttosto che al sostegno alle famiglie, e nel contestuale incremento della popolazione anziana. <span id="more-4142"></span></p>
<p><em>&#8220;L’Italia</em> -prosegue Palazzi- <em>destina alla spesa pensionistica il 58,4% della spesa totale per il welfare, pari a 3,7 punti di Pil. Mentre solo l’1,2% del nostro Pil è riservato al sostegno dei nuclei famigliari, voce di spesa su cui Germania, Francia e Regno unito spendono più del doppio: rispettivamente 2,8%, 2,5% e 2,4%. Stesso trend anche rispetto alla voce &#8216;disabilità-invalidit&#8217;”, per la quale la spesa è tanto esigua da posizionare l’Italia al penultimo posto in Europa&#8221;. </em></p>
<p>Questo squilibrio comporta un primato della componente privata nella domanda di cura e assistenza. <em>&#8220;Nel nostro Paese</em> -spiega ancora Palazzi- <em>ci sono 2.356.000 famiglie con almeno un disabile in casa. Il 12,5% di esse, pari a 294.000 famiglie, è costretta ad avvalersi di un’assistenza che paga di tasca propria. Il bisogno di badanti crescerà ancora proporzionalmente all’incremento del numero di anziani in Italia. La percentuale degli over 65, tra il 2001 e il 2011, è cresciuta infatti dal 18,4% al 20,3%, un’impennata pari a 1.800.000 di ultrasessantacinquenni in più&#8221;.</em></p>
<p>Così ricorrere a collaboratrici domestiche e badanti diventa una pratica sempre più diffusa che coinvolge in larga parte lavoratori stranieri. <em>&#8220;La quasi totalità di essi, l’88,6%, è costituita da donne. Il 78,4% di essi è straniero e proviene per il 47,9%, dall’Est Europa: soprattutto dalla Romania (19,4%), dalla Polonia (7,7%) e dalla Moldavia (6,2%). Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana e la crescente domanda privata di assistenza</em> -conclude Palazzi- <em>dovrebbe far riflettere sull’opportunità di rafforzare la spesa di welfare a favore delle necessità delle famiglie, assecondando le istanze nuove che sorgono da una popolazione sempre più anziana&#8221;</em>.</p>
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