Una nuova forza generativa

Francesco Cossiga e Maria Eletta Martini

LUCCA. Nel 1984 Maria Eletta Martini, assieme ad altri amici, fondava il Centro nazionale per il Volontariato. Anni ricchi di elaborazioni culturale, di pensieri per il futuro, di nuove forme di cittadinanza che da lì a poco sarebbero stati noti come volontariato. Anche allora l’Italia usciva da un momento difficile, da uno scontro politico -anche armato- che l’avevano rattrappita e impaurita.

L’unica declinazione di cittadinanza riconosciuta era la militanza in partiti e nei movimenti politici. In quegli anni un gruppo di persone con tanta lungimiranza -e forse senza immaginare l’evoluzione inaspettata che avrebbe assunto il movimento di volontariato- ridefiniva la cittadinanza per il bene comune: un darsi da fare concreto, una solidarietà non classista,  ma alla ricerca di vie per includere i cittadini esclusi alla res-publica. Le giornate di Lucca segnarono la storia del volontariato italiano, diedero speranza e coraggio a tanti giovani disillusi dalla politica e che ritrovavano nell’impegno volontario un senso per la propria vita, un quadro di valori solido per una militanza politica nel civile. Fu una stagione poco raccontata, ma il volontariato salvò un’intera generazione di giovani dall’individualismo e dalla violenza.

Di quegli anni ricordo la capacità generativa del movimento di volontariato: servizi di prossimità che divennero poi cooperative, o comunità famiglie per bambini abbandonati, o comunità per i ragazzi tossicodipendenti; per non parlare delle prime mense organizzate per i poveri o del volontariato internazionale  che inventava le Organizzazioni Non Governative.

Una forza generativa che colpiva veramente e di oggi cui sentiamo la mancanza. Anche nel volontariato spesso impaurito del nuovo e non sempre disponibile a «giocarsi nel tempo», a riconquistare la funzione generativa nel fare nuovo il terzo settore. È su questo crinale che si gioca il futuro  di questo grande movimento italiano che è il volontariato: non una rivendicazione identitaria fine a se stessa, ma la capacità di scrutare il tempo, il «qui e ora», per essere anima propulsiva, a volte critica,  per l’intero terzo settore.

Mi piace così ricordare Maria Eletta: una parlamentare con un passo sempre avanti su tante questioni che oggi appaiono ancora di grande attualità. La conobbi in svariate occasioni: durante le giornate di Lucca, nei convegni in Emilia Romagna quando ero responsabile del settore giovani dell’Agesci nell’animare corsi di formazione sul volontariato, nei primi anni novanta quando il partito popolare appena nato chiamò all’appello tutti di dirigenti del mondo cattolico. Era lei la tessitrice delle relazioni tra noi e quello che rimaneva della Dc. Ma poi ancora consigliera amica, nella decisione di diventare, nel 1999, portavoce del Forum del Terzo settore per conto delle organizzazioni di Volontariato.

Il miglior modo per ricordare Maria Eletta Martini è guardare avanti, e ammirare la sua capacità di lungimiranza, direi visionaria, oggi assente nella gran parte delle classi dirigenti di questo paese,  infiacchite e solo concentrate sul «qui e ora», a tutela soprattutto dei propri interessi.

Nel luglio del 1991 Maria Eletta affermava: «Quando la società civile esce dall’anonimato, si associa, si esprime in “formazioni sociali” ed opera in uno spazio proprio, che si colloca fra lo Stato e il mercato ma non vuole farsi fare assorbire da nessuno dei due, non intende ridurre lo Stato, come talvolta si afferma, a svolgere funzioni residuali, ma piuttosto restituisce alla politica e alle istituzioni quelle funzioni di sintesi, di programmazione, di decisione che sono loro proprie e le mette magari al riparo dal ridursi ad essere contrattazione tra interessi forti che quasi mai coincidono con quelli che il volontariato esprime. In democrazia, lo Stato, le istituzioni sono forti non perché appaiono tali o per astratte decisioni, ma per come si collegano con le espressioni della società; per questo, congiungere solidarietà sociale, impegno politico e istituzioni è premessa indispensabile evitare di ridurre le riforme istituzioni ad atti solo formali».

Parole drammaticamente attuali che spronano le organizzazioni del terzo settore, in particolare il volontariato, a riprendere possesso della propria capacità di fare politica, che non è «terzismo furbesco», o gallegiamento o ancora inchino al principe di turno (destra, centro, sinistra che sia), ma amore appassionato per la propria comunità, ferma determinazione a perseguire il bene comune, amore per la legalità, impegno quotidiano nella tutela dei più poveri e della loro dignità. Una politica delle opere che interpella la responsabilità delle amministrazioni pubbliche, delle imprese e delle altre istituzioni.

Non da ultimo va recuperata la funzione educativa che è nel DNA dell’agire volontario: una  scuola di virtù civiche oggi oscurate da cattive testimonianze, dal malaffare, dalla volgarità dei linguaggi. Maria Eletta, per come l’ho conosciuta, le buone virtù le viveva quotidianamente, da cattolica, da cittadina parlamentare. Linguaggio schietto, chiarezza nel parlare, una vita privata e un uso sobrio dei suoi beni. Esattamente come raccomanda il Concilio vaticano II ai laici: «tutti i laici facciano pure gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo…».

Questo numero di Volontariato Oggi è dedicato a Maria Eletta, dopo un anno dalla sua partenza. È  una miniera di riflessioni e di ricordi, un modo per ricordarla e per aiutarci a guardare avanti.

Edoardo Patriarca
Presidente Centro Nazionale per il Volontariato

Articolo pubblicato su Volontariato Oggi n. 2 – 2012. Te l’eri perso? Allora scaricalo o abbonati.

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