Welfare: la crisi c’è e si sente. Anche in Europa

ph. Paolo Signorini (cc flickr)

ROMA. Crisi. Una parole chiave dai diversi significati. Ebbene, è proprio a partire da questo termine che inizia la sintesi del “Rapporto sui diritti globali 2011” (Edizioni Ediesse) che fotografa il welfare in Italia e in Europa. Appare chiaro come l’onda lunga della crisi globale e dei vincoli comunitari ai 27 stati membri dell’Ue abbia causato effetti sul “modello sociale europeo”. Se infatti da un lato si disegna una forte contraddizione tra crescente insicurezza sociale e relativa domanda di protezione, dall’altro si registra una crisi dei sistemi di welfare, dove alla scarsa copertura dei rischi e ai pesanti tagli alla spesa sociale si aggiunge la mancata trasformazione del modello tradizionale. “A dire il vero -si legge nel rapporto- ciò che a oggi si vede è più la morte che la rinascita, anche se lo Stato sociale europeo non da oggi è in transizione”.

I numeri parlano chiaro: all’interno dell’Ue i sistemi di welfare sono differenziati e l’impatto della crisi avviene secondo una mappa diseguale. “Ma è crisi per tutti”, si legge ancora nella sintesi del rapporto annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo presentato questa mattina a Roma e realizzato da Associazione SocietàINformazione e promosso da Cgil, Arci, ActionAid, Antigone, Cnca, Fondazione Basso – sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente e Vita.

Un europeo su sei afferma infatti di non aver avuto i soldi sufficienti per pagare fatture o fare la spesa almeno una volta durante il 2009; uno su cinque ha difficoltà nel pagare il mutuo e tre su dieci hanno maggiori difficoltà nel sostenere i costi dell’assistenza sanitaria. A marzo 2010, il 18% teme di non poter conservare il proprio posto di lavoro, il 73% pensa che la propria condizione di pensionato sarà difficile e il 20% che la pensione sarà del tutto insufficiente. Secondo rilevazioni Eurostat, nel primo semestre 2010 la crisi ha portato la disoccupazione al 10,2% e l’occupazione al 63,7%, con la perdita secca di oltre due punti.

Il lavoro temporaneo, che nel 2008 era il 14% del totale, sempre secondo il rapporto scende complessivamente nel 2010 al 13%. I più penalizzati sono i giovani tra i 15 e i 24 anni, che perdono il 6% di occupati. Le donne pagano la crisi del settore pubblico, di cui rappresentano la maggioranza degli occupati, e il venir meno di misure di welfare a sostegno del bilanciamento tra lavoro di produzione e di riproduzione.

I dati europei disponibili sulla povertà, calcolata sulla soglia del 60% del reddito medio, sono pre-crisi, riguardano il 2007 e sono dunque sottostimati: il 17% di europei è a rischio povertà, il 6% è sotto la soglia del 40% del reddito medio, il 10% ha un reddito inferiore del 50% a quello medio, il 24% è al disotto del 70%. Il rischio povertà affligge più le donne che gli uomini (18% contro il 16%), i ritirati dal lavoro (17%) e i disoccupati (43%) rispetto agli occupati (8%), gli anziani (22%) e i minori (20%) rispetto alla fascia adulta (16%).

E l’Italia? Secondo il rapporto sconta oggi più di sempre la sua particolarità: quel modello mediterraneo fatto di mix tra familismo (con il forte carico sul lavoro di riproduzione delle donne), corporativismo (con la fortissima centralità delle misure connesse al lavoro e il relativo abbandono di misure destinate ad altri target) e universalismo di settore (nei settori della salute e dell’istruzione). Tutti e tre questi fattori caratterizzanti conoscono una crisi di lungo periodo: per gli effetti cumulativi della crisi economica, del mercato del lavoro e di un welfare al di sotto degli standard comunitari, la famiglia; per le rivoluzioni interne al modo di produzione e al mercato del lavoro, il (relativo) corporativismo italiano; per i processi di ridimensionamento, nuova selettività e privatizzazione, l’universalismo.

“Una triade di fattori esplosiva per il sistema italiano di tutele sociali, che oltretutto sconta uno storico squilibrio rispetto ai livelli comunitari in politiche quali quelle di sostegno al reddito, alla famiglia, all’occupazione femminile, alla casa. Insomma, una crisi nuova si incardina in un welfare vecchio e pieno di limiti”, si legge ancora nella sintesi del rapporto. Così, nella Ue, per la casa si investe in media il 2,3% della spesa sociale, mentre l’Italia investe lo 0,1%; su famiglia e maternità, la Ue è all’8%, in Italia si investe il 4,7%. E poi, ancora, il sostegno alla disoccupazione: nella Ue si investe il 5,1% della spesa sociale, in Italia l’1,8%. Va meglio la spesa sanitaria, ma non a livello Ue. E la famiglia italiana “che a tutto provvede” uscirà dalla crisi a pezzi: ha redditi inferiori, non risparmia più e si sta indebitando, dice la Banca d’Italia.

Print Friendly

Commenti

  1. […] solo ai tagli, ma anche a una crisi di consenso. E’ quanto emerge dalla sintesi del “Rapporto sui diritti globali 2011″ (Edizioni Ediesse). Tutti i sondaggi, infatti, dicono che gli italiani tengono ai loro servizi […]